Incontro con Michel Faber

Michel Faber a L’Aquila: non avrei osato immaginarlo neppure nelle più rosee fantasie.
Stavolta gli organizzatori del premio Laudomia Bonanni hanno superato se stessi!
Ho maledetto la mia timidezza: avrei avuto mille domande per l’uomo che mi ha tolto una settimana di sonno con gli spunti ansiogeni di Sotto la pelle e che poi, con Il petalo cremisi e il bianco, mi ha regalato 800 pagine di pura goduria letteraria, salvo poi sottrarsi, ammiccando, al rendez vous in uno dei finali più geniali e provocatori della letteratura mondiale.
Avrei avuto mille domande e non ne ho formulata nessuna.

Mi sono limitata a balbettargli “I-love-you” come la più sciocca delle adolescenti: il mio inglese non permetteva un dialogo più acceso.
Eppure intuivo quel che Michel Faber stava dicendo ben prima che intervenisse l’interprete: tante sono le pause del suo discorso, tante le ricerche sinonimiche, tanta l’attenzione per la parola che rivitalizza.
Michel Faber è un uomo segnato dalla vita.
Sradicato dalla natia Olanda, ha sempre considerato patria non un luogo fisico, ma il cuore delle persone che ama.
E la più amata di tutte, Eva, moglie, confidente, editor, lo ha lasciato dopo lunga e dolorosa malattia.
Per questo Michel Faber si sente terremotato, come noi.
Per questo a L’Aquila ha notato i cantieri più che le macerie, il poco che è stato fatto e non il grosso da fare: noi potremo ricostruire la nostra città, lui non troverà più rifugio fra le braccia della sua donna.
Non scriverà più in prosa.
Ora è il momento del pianto, dell’elegia, della poesia.
Ce ne legge una lui stesso, in traduzione italiana: è un omaggio a una lingua che non conosce, ma che ha sempre sentito vicina.
Uno degli otto libri di cui era composto il patrimonio librario dei genitori era il “Peppone e Don Camillo” di un Guareschi pronunciato Guerèscia.
Gli altri sette non gli interessavano; non la Bibbia, di nessun appeal per lui che si professa ateo, non il libro sui campi di concentramento, che il padre, ex nazista, portò sempre con sé per emendare le sue colpe.
Anche i libri scritti da Michel Faber sono otto, diversissimi fra loro, come figli di cui accettare il carattere e le bizze.
Voi quale preferite?

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