Moll Flanders di Daniel Defoe (30/1001)

Rimaneggiando Moll Flanders, uno sceneggiatore senza scrupoli avrebbe materiale per una decina di fiction diverse.
La felicità inventiva di Daniel Defoe è tanta e tale che ogni poche pagine la situazione è completamente ribaltata. In questo, l’autore è aiutato dalle peculiarità dell’epoca: ai tempi di Moll Flanders, quando l’anagrafe non era centralizzata e lo Stato non era così occhiuto, era facilissimo cambiare identità e stato di famiglia.
Bastava arrivare in un altro paese e presentarsi come ricca vedova per trovare un nuovo partner anche prima di aver seppellito quelli precedenti.
E se oggi ogni relazione si ammanta di amore, o almeno di desiderio, ai tempi di Moll Flanders il conto in banca esercitava per i corteggiatori molte più attrattive della bellezza muliebre.
Ciò nonostante, la vecchiaia non era semplice per una donna corrotta: Moll Flanders si ritrova ladra, inizialmente per necessità, poi per una forma di riscatto nei confronti di una società in cui non si è mai integrata, infine per avidità pura e semplice.

Il romanzo cambia ritmo e temi, si fa più avventuroso e, come sempre accade, ci si trova a parteggiare per la scaltra delinquente e non per le sue vittime, “signore sventate, munite più di soldi che di prudenza“.
Daniel Defoe finge, come poi farà Manzoni, di essere intervenuto su un testo originario solo per mitigare termini e censurare situazioni poco adatte a un publico onesto.
Lo stile di Moll Flanders resta tuttavia dinamico, vivace e colorito, come si evince già dalle prime battute: “Alcune delle mie compagne peggiori […] non possono più farmi del male percHè hanno lasciato questo mondo con la scala e la corda“.
Nella società violenta del secolo, bastava un furto per giustificare una impiccaggione.Pur tra mille rischi tremendi, Moll Flanders persevera sulla sua strada perché “Lasciarsi abbattere dalle disgrazie significa raddoppiarne il peso”.
E Moll Flanders si è sempre tenuta leggera.

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