Nero e amaro di Aldo Costa (28/2017)

Perché non ho aggiornato Bennyland per una settimana?
Perché stavo leggendo Nero e amaro.
E quando sto con un libro di Aldo Costa il mondo resta chiuso fuori.
La suggestione si fa poi soggezione; ripensando alla potenza narrativa di Costa, che con ogni parola scolpisce un universo, mi abbandona ogni ambizione di scrittura.
Basta l‘incipit per proiettare in un’atmosfera ansiogena, in attesa di un dramma che aleggia in ogni parola e pare non concretizzarsi mai: “Con il sole sarebbe anche peggio. Chilometri di curve: curve cieche, rubate alla roccia, ritorte sopra la scogliera. Curve disegnate da muretti sbrecciati. Asfalto che si avvita nella pietra. Tornanti aspri, spirali che aggrediscono lo stomaco come cattiva nostalgia“.

Una coppia è in macchina: il silenzio fra loro è greve, come sempre dopo un litigio. “Da quando si sono svegliati, [lei] raziona le parole. Non inizia alcun discorso: si limita a rispondere e lo fa sempre con un leggero ritardo, come per sottolineare che tra loro non c’è sincronia e non c’è sintonia“.
Basta poco perché la storia esploda: un posto dimenticato da Dio, un oste invadente, “male assemblato nel cervello come nel corpo“, una natura aguzza e ostile.
La storia non deflagra, però, nella direzione che mi sarei aspettata.
In Nero e amaro, Aldo Costa gioca a fare il verso alle soluzione pilotate dei thriller concepiti nelle scuole di scrittura, per poi spiazzarci con millimetrici cambi di prospettiva che dimostrano come, spesso, il vero nemico vesta gli abiti routinari della quotidianità.
Di qui a breve, la mia copia di Nero e amaro varrà molto: è autografata ed è fra le 103 stampate per Area Test, da proporre alle case editrici e da vendere ai lettori più devoti.
Io lo sono: scoprii Aldo Costa prima ancora che la Piemme gli offrisse una distribuzione a livello nazionale.
Amai le sue recensioni ai libri degli altri, su Anobii, prima di scoprire che il vero grande scrittore era lui.
Con Nero e amaro, Aldo Costa fa un ulteriore salto di qualità: dietro la scorrevolezza di un’opera di ottima narrativa, stavolta, c’è a tratti quell’universalità che solo i grandi classici sanno donare.

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