Nessuno come noi di Luca Bianchini (3/17)

Nessuno come noi, caro Luca Bianchini.
Nessuno, fra i tanti che hanno scritto di scuola, ha saputo inventare insegnanti così credibilmente lontani dal duplice macchiettismo oggi in voga che ci vuole tutti scansafatiche o missionari.
Non è con gli adulti, però, che mi sono identificata leggendo Nessuno come noi.
La storia, svelta, leggera, spumeggiante, è ambientata negli anni Ottanta: Bianchini è un mago nel ricostruire da piccoli dettagli l’atmosfera, le mode, i miti, i personaggi di un’epoca finora poco raccontata nei libri.
La rievocazione è stata così travolgente che mi sono spogliata dei miei quarantadue anni e per qualche ora sono tornata ad averne sedici.

E avere sedici anni fra le pagine di Bianchini è un’esperienza da fare, perché in Nessuno come noi i personaggi non elucubrano, vivono.
Vivono le prime confuse pulsioni sessuali, le differenze sociali, l’accettazione di sé e degli altri, la famiglia da contestare o da riscoprire con l’energia curiosa dell’adolescenza, fatta di felpe scambiate, di propositi mai rispettati e di delusioni che aiutano a crescere.
Alle montagne russe, ad esempio, “Vince sentiva la velocità sovrastarlo e sapeva che in fondo era quello che voleva: tirare fuori tutto ciò che aveva dentro senza pensare a niente. Gridare senza sapere perché“.
Luca Bianchini ha saputo serbare negli anni quello sguardo benevolo verso il mondo, quella voglia di arrabbiarsi e poi stupirsi che lo rende anche oggi un fanciullino.
Anche i cattivi sono per lui dei buoni feriti, pronti a redimersi quando imparano a fidarsi, tutti, anche Romeo dallo sguardo duro che, quando Vince, il protagonista, provò ad avvicinarlo, “lo fissò così a lungo da ricordargli Neal, il fratello di Iriza, il cattivo di Candy Candy”.
La visione positiva del mondo e degli altri che si conferma anche nelle pagine di ringraziamento finali si trasmette al lettore quasi per osmosi.

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