Non son degno di tre di Jon Rance (4/2015)

non son degno di treNon son degno di tre gode di buona quanto usurpata fama.

Jon Rance viene considerato un nuovo Hornby che si fa, per di più, portavoce delle insicurezze maschili e, con queste credenziali, è fortemente sponsorizzato dalla casa editrice.

Io ho trovato noioso il libro, odiosi i personaggi, banale lo stile.

Avrei dovuto abbandonarne la lettura, se non altro per motivi campanilistici, di fronte a questa immagine: “ i capelli sulla testa stanno cadendo in ritirata come un plotone di soldati italiani ben addestrati”. Per la nostra nazione, poi, la situazione migliorerà durante il viaggio pacificatore fra i due coniugi che si contendono la scena; per lo stile, invece, non c’è nulla da fare, rimane ancorato al registro comico senza che ci sia una sola battuta che diverta un po’.

La struttura diaristica, che di solito non mi dispiace, qui si fa espediente narrativo senza gli affondi psicologici che normalmente distinguono il genere. Il protagonista scrive quando è solo, cioè sempre, perché la moglie, l’apatica Emily, se non dorme mangia.

Non che l’io narrante abbia molto da fare: è professore di storia, almeno sulla carta. Nei fatti, non c’è nessun aneddoto, nessuna considerazione che dimostrino minimamente la sua professionalità.

Date queste premesse, perché non l’ho abbandonato?

Mi illudevo che, da qualche parte, ci sarebbe stato un contributo all’eterno dilemma “figli sì/ figli no”. Del resto, proprio all’inizio, c’era questo passaggio che, trivialità a parte, faceva ben sperare: “Perché tutti i genitori del mondo sono convinti che non si possa essere felici senza figli? Io non gli telefono alle undici di ogni domenica mattina per informarli che me ne sto a poltrire a letto. Non mando sms ogni vota che sono al pub a farmi una pinta, mentre loro sono a casa a cambiare pannolini e non mi vanto tutte le volte che facciamo sesso, sapendo che probabilmente loro non lo fanno da mesi. I genitori sono i testimoni di Geova dei tuoi trent’anni: ti perseguitano per farti soccombere al potere supremo della genitorialità”.

A far la tara dalla grevità dello stile e dalla brutalità dei concetti, mi sembrava che si aprisse uno spiraglio sulla difficoltà nel gestire la paternità senza rinunciare ad una vita sociale. Sarebbe forse successo se il protagonista non fosse stato un improbabile Peter Pan, che, prima di essere padre, avrebbe dovuto imparare ad essere marito, professore, amico.

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