Pétronille di Amélie Nothomb (15/2015)

PetronillPétronille comincia per me come tutti i romanzi di Amélie Nothomb: con la matita in mano per sottolineare le frasi particolarmente eleganti o argute.

E, come sempre quando leggo la scrittrice belga, la matita lavora molto durante il primo capitolo e poi si quieta sulla scrivania, non per assenza di materiale di primissima scelta, ma perché ormai la trama improbabile del romanzo mi ha preso e non permette più distrazioni.

Stavolta l’immedesimazione è ancor più improbabile del solito, soprattutto per me che sono astemia. Amélie, infatti, (le protagoniste di quasi tutti i romanzi della Nothomb condividono con l’autrice nome e circostanze biografiche, al punto che è difficile secernere realtà e finzione narrativa) sta cercando una convigna, geniale neologismo sulla falsariga del più comune compagna (cum pane) per indicare un’amica di bevute.

Sbronzarsi di champagne, magari dopo che il digiuno ha acuito i sensi, è per Amélie la massima voluttà. Non cerca un’amica, ma un alter ego, e lo trova in una scrittrice esordiente, Pétronille, appunto, il cui nome, per antifrasi, è di esplicito omaggio all’arbitro dell’eleganza latino.

Nel romanzo l’onomanzia è importante.

Più che le omeriche ubriacature, mi ha colpito lo sfondo letterario, che porta luce sulla prassi di scrittura della Nothomb.

Pare che l’autrice, come capita anche a me con esiti, ahimè, molto meno significativi, si alzi di notte in preda al sacro fuoco della scrittura e che componga ininterrottamente per quattro ore precise prima che il demone si acquieti e possa tornare alla sua vita pigra.

Per sua stessa ammissione, Amélie Nothomb è uno dei pochi scrittori che vivono con i proventi del proprio lavoro e non sono costretti a lavori improbabili per sopravvivere. Non così Pétronille Fanto, la sua giovane amica, che passa da un’esperienza incredibile all’altra in una sorta di cupio dissolvi di fronte al quale persino la solfurea Nothomb pare imborghesirsi nei consigli e negli affetti.

Su questa imbastitura sono montati cammei di eccezionale vividezza: l’esilarante esperienza sugli sci in un’imprecisata località alpina, l’intervista ad una megera inglese con successiva ebbrezza compensativa, le pagine finali sulla roulette russa.

Vi regalo l’incipit alcaico, musicale anche grazie alla splendida traduzione di Monica Capuano per i tipi della Voland: “L’ebbrezza non si improvvisa. Rientra nel campo dell’arte, che esige talento e cura. Bere a caso non porta da nessuna parte. […]Per anni ho bevuto come tutti, a seconda delle serate, roba più o meno forte, nella speranza di raggiungere il livello di ubriachezza che avrebbe reso l’esistenza accettabile: con il principale risultato di svegliarmi con i postumi della sbronza […] Come gli sciamani amazzonici che si infliggono diete implacabili prima di ruminare una pianta sconosciuta alla scopo di scoprirne le proprietà, ho fatto ricorso anch’io alla tecnica investigativa più vecchia del mondo: il digiuno. L’ascesi è un mezzo istintivo per creare in se stessi i vuoto indispensabile alla scoperta scientifica […]La condizione che stavo raggiungendo meritava di essere considerata non tanto ebbrezza, quanto piuttosto uno stato dilatato di coscienza, come viene chiamato con pompa scientifica odierna. Uno sciamano lo avrebbe definito trance, un rossicomane avrebbe parlato di trip. Ho comincato ad avere le visioni”

E qui mi fermo, altrimenti, di lepidezza in lepidezza, arriverei a trascrivere l’intero libro.

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