La pizza per autodidatti di Cristiano Cavina (3/2015)

La pizza per autodidattiLa pizza per autodidatti di Cristiano Cavina mi ha sedotto sugli scaffali della libreria. La copertina in cui campeggiava una pizza a forma di cuore spezzato, il formato ideato per occupare una sola mano, l’alternanza dei pieni e dei vuoti nelle pagine mi sono parsi perfetti.

L’argomento, poi, non poteva non attirare una consumatrice compulsiva di pizza come me. Il nome dell’autore, infine, era garanzia di uno stile spigliato e quotidiano, non scevro da una gradevole autoironia.

Cristiano Cavina è fra gli autori preferiti della mia amica Chiara: l’ho conosciuto tramite lei e ho imparato ad apprezzarne la spontaneità. Ignoravo che Cavina fosse un pizzaiolo: ora che lo so, la pizzeria “Il farro” di Casola Valsenio diventa un must per me. Prima o poi ci andrò, a stringer la mano di Cristiano e a vederlo all’opera fra pale e farina. I suoi segreti di cottura li so tutti: sono qui, nel libro.

Infatti, La pizza per autodidatti si configura come un manuale vero e proprio: qui ho imparato, ad esempio, che la pizza al metro ha più lievito e viene più spessa di una pizza tradizionale, quindi costa molto di meno. Ecco spiegata la differenza in termini economici fra il trancio pomeridiano e la pizza impiattata di sera. Non sapevo che l’acqua per l’impasto va usata tiepida: troppo fredda lo renderebbe duro come granito, troppo calda stroncherebbe il lievito. Dopo la lettura, so distinguere i tipi di farina, so dosare i condimenti, so quali legnami bruciano meglio e quali non prendono fuoco: ad esempio “le foglie di palma nana non bruciano neanche a morire, nemmeno a contatto con la brace viva, e immagino sia uno dei motivi per cui gli americani in Vietnam a un certo punto si sono dovuti inventare il Napalm per bombardare la foresta”.

Naturalmente, però, non è questa la parte del libro che mi ha attirato di più: bisogna aspettare le ultime pagine perché l’interesse si impenni. Innanzitutto, Cavina tenta un divertente profilo psicologico dei consumatori di pizza: il vero intenditore sceglie la margherita, l’indeciso che non vuole sembrar tale opta per una quattro stagioni, il ciccione che si vergogna del proprio adipe tenta un’ortolana (senza sapere che, quanto a calorie, anche questa pizza vegetariana non scherza!), l’approfittatore cerca quella con più ingredienti, che di solito porta il nome del locale.

Ma Cavina è un pizzaiolo quando cè (sic!) come scrive sulla bacheca elettronica lo zio, un po’ inorgoglito e un po’ infastidito dal successo letterario del nipote, che lo porta ogni tanto a disertare il lavoro per partecipare a serate di presentazione del libro.

Sono davvero esilaranti le pagine in cui racconta il suo incontro con personaggi famosi, come l’attore che fece Sandokan (che ha quasi ammazzato con la sua goffagine), Doris Lessing, che lo ha tenuto lontano da un buffet sbalorditivo, Tullio De Mauro, che ha disapprovato pesantemente il suo look.

E anche se non tutte le pagine sono di livello, come si fa a non amare un ragazzo che osa scrivere di questi tempi: “ Io non credo che l’Italia sia in crisi. Sarò nato nel posto sbagliato, ma la mia idea di crisi è qualcosa che ha a che fare con bombardieri che radono al suolo il tuo paese e reggimenti di SS in ritirata che fanno saltare i ponti e razziano ogni cosa. La mia idea di crisi sono intere famiglie sfollate nei fienili al freddo e mamme che cuociono i topi per sfamare i loro figli. […]Questo per me vuol dire essere in crisi. E l’Italia non è a questo punto. Non più, fortunatamente. L’Italia ha semplicemente scelto di morire grassa.”?

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