La pizzeria “La Pineta” a Palena (CH)

A Palena con Pamela.

Sembra un gioco di parole, ma il punto di forza della serata dell’8 novembre 2014 è stata la compagnia dei cognati, Tonino e Pamela, appunto, e non la qualità della cena.

Una premessa è d’obbligo: il sabato sera è off limits nei dintorni di Fara San Martino, il paese di mio marito. I pochi locali si riempiono rapidamente di fedelissimi e per gli outsider c’è poco da fare.

Forse grazie ad un equivoco, siamo riusciti a trovare posto a “La pineta” di Palena (CH).

Bellissimo lo scenario naturale in cui il locale è immerso: le cime di alti pini giocano con la luna e l’ampio spazio esterno ispira passeggiate romantiche (scoraggiate immediatamente dal clima rigido della sera novembrina).

Varcare la soglia dell’albergo/ ristorante/ pizzeria significa fare un salto nel tempo e proiettarsi negli anni Novanta. Non è cambiato nulla da allora: vecchi e ingombranti televisori su mensole antiche, tovagliati e stoviglie dalle fogge ormai desuete, alle pareti i quadri di un artista locale, che reinterpreta in chiave ironica la moda dell’epoca.WP_20141108_005

Notando il mio interesse, il gestore mi informa subito sulle notizie essenziali per la mentalità del paese: “I quadri sono del padre del medico condotto. Era un simpaticone, come si vede dalle tematiche. È morto appena un mese fa”. Nei borghi abruzzesi, ma forse nei paesi tout court, corre l’obbligo di sapere tutto di tutti e di informare generosamente chiunque sia ignaro.

L’enorme sala, riscaldata da un piccolo caminetto a pellet, è immersa nel gelo e solo con titubanza estrema e dopo l’arrivo di altri avventori ho abbandonato la mia mantella.

Il cameriere ci raggiunge subito e vuol sapere quale pizza vogliamo. Così, senza un menu. Così, senza snocciolare proposte, se non, svogliatamente, su nostra insistenza.

Bene o male si può avere tutto. L’importante è armarsi di santa pazienza.

Le pizze arrivano con il contagocce: prime, le “parigine” ordinate da Marco e da Pamela. Il tocco esotico del nome non è suffragato dai fatti; non mi risulta che Parigi sia nota per prosciutti e passate di pomodori.

La pizza parigina
La pizza parigina

In lunga attesa del mio piatto ho sbocconcellato due fette della pizza di mio marito, felice, in cuor mio, di aver fatto una scelta diversa, perché il sapore non mi convinceva a pieno. Non avendo neppure un piatto davanti a me, ho sporcato ben bene la tovaglia.

Nei tavoli intorno a noi, trionfavano enormi piatti di pasta alla carbonara, probabilmente la specialità del posto: avrei barattato mille volte la mia pizza ancora latitante con una di quelle montagnole di chitarrina, uovo e pancetta, ma purtroppo avevo ormai fatto la mia scelta e potevo solo aspettare.

Quando ormai Marco e Pamela erano in piena fase digestiva, è arrivata la Pizza Ortolana di Tonino.

La pizza Ortolana
La pizza Ortolana

Anche qui, affamatissima, ho contratto debiti, assaggiando una fetta che poi avrei restituito all’arrivo della pizza mia. Era, in verità, una focaccia sovrastata da verdure grigliate, ma, complice la fame, l’ho trovata gradevole.

Mi dispiace per i miei creditori: quando finalmente è arrivata la mia, condita con salsiccia , broccoletti e pezzi di un formaggio spacciatoci per parmigiano, è stato chiaro a tutti che nello scambio la favorita ero stata io.

La pizza con salsiccia e broccoletti
La pizza con salsiccia e broccoletti

La mia pizza era infatti una summa di tutto quel che le pizze non dovrebbero essere: bruciata ai lati, ma poco cotta al centro, con il condimento aggiunto troppo tardi, come per coprire un piatto di pasta, e quindi disomogeneo. Il fatto che fosse, come le altre, molto piccola, con queste premesse, non mi è sembrato un difetto.

I fratelli Orsatti alle prese con gli arrosticini
I fratelli Orsatti alle prese con gli arrosticini

Siccome, però, dall’inizio avevamo percepito negli impasti un retrogusto di arrosto, dovuto, probabilmente, alla coabitazione nel forno di carne e pizza, ci è venuta voglia di una porzione di arrosticini da dividere in quattro, tanto per assaggiare.

Gli arrosticini
Gli arrosticini

Erano migliori della pizza, il che non vuol dire che fossero buoni.

Infine, il dolce. Ero curiosissima di assaggiare i “tut’r”, una sorta di cannoli molto più soavi del loro nome. In loro assenza mi sono goduta un bignè molto buono, che in realtà era stato scelto da mio marito e a lui sottratto quando mi sono accorta che la mia torta era annegata nel liquore.

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Al momento di pagare, abbiamo avuto una gradita sorpresa: nonostante birra e cocacola, il conto ammontava a soli 53,50 euro.

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