Il ristorante Andalucia di L’Aquila

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Ristorante Andalucia, ovvero la malia della sangria.
Ne è bastata davvero poca, mezzo litro in tre, per dar colore e calore alla serata.
Il segreto di questo ristorante spagnolo esportato a L’Aquila, secondo me, sta proprio nella rarefazione dei sensi: luci soffuse, musica gitana in sottofondo, sempre più suadente col passar delle ore, aromi speziati, tavoli e sedie per tutti i gusti.WP_20151218_010
Ci incistiamo nel locale come nel grembo materno e i sapori non li distinguiamo più.
Gli antipastini, o tapas che dir si voglia, invadono il tavolo in tanti piccoli contenitori. Scatta il desiderio di condivisione, la curiosità dell’assaggio e ben presto il piatto diventa una tavolozza di colore in cui a stento distingueresti l’una dall’altra portata.

Non ne ricordi i nomi, non ne distingui gli ingredienti: le papille gustative, disabituate al piccante, ben presto danno forfait e non sei più giudice attento di quel che degusti.
So che in origine il mio era un tris di tapas: c’era una tortilla, che, al di là del nome esotico, non è altro che una stringa di frittata di patate, i salsichitos, piccolissimi salsicciotti aromatizzati nel vino bianco, ed ensalada de pulpo, che ho diviso con gli amici, infastidita dal retrogusto di peperone, che a me non piace e che, sfortunatamente, è elemento basilare della cucina spagnola.

Al tavolo vicino al nostro cenava un amico che della cucina andalusa è esperto cultore. Sulle scelte sue e della sua compagna ho modulato le mie.
WP_20151218_009Quando li ho visti bearsi di certe patatine rossicce, tagliate a mano e insaporite nella maionese, ho voluto imitarli e ho assaggiato così il cibo che più ho apprezzato nel ristorante Andalucia di L’Aquila.
Piatto principale del ristorante Andalucia, ovviamente, sono le paellas, valenciane per i miei amici, de carne per me.
La filosofia della commistione dei sapori e delle contaminazioni di gusto già evidente negli antipasti si è evidenziata ancor più nei colori allegri del mio piatto, che aveva troppi ingredienti per ricordarli tutti. 80 grammi di riso a porzione, sovrastati da ortaggi, soprattutto verdi, e carni di ogni genere, ovviamente rosse, mi hanno impegnato un po’, anche se alla fine ho rinunciato all’inane lotta contro i pezzettini di peperone, accorgendomi che il suo sapore è più dolce e addomesticato dell’equivalente nella cucina italiana. I miei amici, che non combattevano la mia stessa battaglia, sono stati a lungo incerti se chiedere un bis e solo l’ora tarda (e qualche cucchiaiata della mia paella) li ha trattenuti dalla richiesta di un rinforzino.

Le paellas valenciane
Le paellas valenciane

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Per dolce avevamo richiesto i churros, anche se (o forse proprio perché) il simpatico gestore, che ci ha fatto da Virgilio nella selva di proposte del ristorante Andalucia, ci aveva avvisato che i tempi di attesa sarebbero stati più lunghi del solito. Poi, però, l’amico Giorgio, dal tavolo vicino, mi ha fatto assaggiare la sua crema catalana, buonissima, e ho cambiato ordinazione.

I churros
I churros

Nel frattempo, però, i churros, striscioline di pasta fritta da affogare nella cioccolata fondente, erano giunti a cottura e, simpaticamente, ci sono stati ugualmente offerti.

La crema catalana
La crema catalana

Verso mezzanotte, sazi di cibi insoliti, di musiche allegre, di chiacchiere piacevoli, abbiamo chiesto il conto (75 euro in tre) e siamo andati via.
Ma ogni volta che ci sovrasterà la voglia di esotismo torneremo ancora al ristorante Andalucia di L’Aquila.

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