L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie (15/1001)

ChristieRileggere L’Assassinio di Roger Ackroyd (pubblicato in Italia anche con il titolo Dalle nove alle dieci) di Agatha Christie dopo tanti anni di thriller moderni è come risalire su un treno a vapore dopo migliaia di chilometri percorsi in aereo: quel che si perde in velocità si guadagna in tranquillità.
Agatha Christie non si focalizza solo sull’enigma, ma lo inserisce in un affresco ampio e colorato in cui è difficile individuarlo e impossibile risolverlo.
In L’Assassinio di Roger Ackroyd tutti hanno qualcosa da nascondere come spesso succede in ogni contesto sociale.

Poirot stesso è così macchiettistico nel suo buffo e superbo rapportarsi al mondo che spesso ciò che dice viene eclissato dal modo in cui lo dice.

Io non immagino, so” è il mantra con cui il volitivo investigatore impone le sue osservazioni, mentendo a se stesso prima ancora che al lettore.
Il bon ton dell’epoca, le buone maniere che addolciscono rapporti personali spesso infuocati sono una ulteriore nota di costume che non notai quando, in un’estate infuocata della mia adolescenza, lessi tutto quello che mi capitò sotto tiro di Agatha Christie.
Temo che la dolorosa percezione odierna di questa atmosfera garbata non derivi da un affinamento delle mie capacità critiche, ma da un vero e proprio naufragio del galateo che imbarbarisce gli anni Duemila.
Dove Agatha Christie scrive, ad esempio, “volarono parole irripetibili” fra Roger Ackroyd e Ursula Bourne, i romanzieri moderni avrebbero imbastito raccapriccianti dialoghi di livore e turpiloquio.
Stile garbato, dunque, e logica ferrea caratterizzano la produzione di Agatha Christie: se L’Assassinio di Roger Ackroyd non è a mio avviso la sua opera migliore, ne è sicuramente la più paradigmatica.
Da qui ad essere “il miglior romanzo giallo di sempre” come decretò nel 2013 la Crime’s Writer Association, ce ne corre, però.

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