Romagna mia! di Cristiano Cavina (23/2015)

Romagna miaLeggere Romagna mia! di Cristiano Cavina a Rimini non sarà esattamente come “leggere Lolita a Teheran” ma dà soddisfazione ugualmente.

Nel libello, edito da Laterza nella collana “Contromano”, la mia preferita, si ritrovano tutti i vizi e i vezzi di una popolazione passionale e allegra, narrati con quella punta di originalità che permette (cosa non semplice) di evitare gli stereotipi.

Cavina non parla della “Romagna” in genere, ma di sé e del suo mondo: le evanescenze e e corporeità del luogo sono vissute e narrate in prima persona, con quel tanto di identificazione che le fa vivide.

La forza di Cavina sta nella sua genuinità: non si sforza di “far bella figura”, di ostentare parole o caricare situazioni. È semplicemente, grandiosamente se stesso.

Dell’infanzia borderline non fa battaglia sociale né facile ironia: la racconta con un entusiasmo ancora fanciullesco, beandosi degli aneddoti del passato, di cui si erge orgoglioso cantore.

C’è la Romagna di oggi, con tanto di hit sulle discoteche, gerarchizzate in base alle possibilità di approcciare donne o, come direbbe lui, di “intortare bastardine”, ma più ancora quella Romagna di ieri e di un secolo fa.

Cavina nutre un amore transgenerazionale per i suoi avi che si fa beffe persino delle coordinate storico-geografiche: “Molta della gente a cui ho voluto bene non c’è più da tempo; mi mancano tutti quanti, e la maggior parte non ho mai avuto i piacere di vederla da viva. Se ne sono andati prima che io nascessi, ma li ho sentiti citare così tanto che è come se fossi cresciuto fra i loro piedi; ci siamo voluti bene a distanza, come accade con dei parenti emigrati in una terra straniera. Gli scambi epistolari che intratteniamo da una vita non sono scritti con l’inchiostro sulla carta, ma raccontati a voce”.

È un passo che mi tocca nel profondo, perché nutro gli stessi sentimenti per i nonni del mio papà: nonna Francesca, volitiva e impertinente, nonna Filomena, dolce e sottomessa, nonno Michele, saggio ed equilibrato, e nonno Giovannantonio (da cui papà ha ereditato il nome) che, emigrando in America, ha cambiato la storia della mia famiglia.

L’amore per la famiglia, dunque, è per Cavina fra le peculiarità romagnole, insieme al dialetto, più brioso e armonioso dell’italiano, all’arroccamento dei singoli paesi alle proprie personalissime usanze, alla propensione rivoluzionaria, al bar, alla musica, alla buona cucina, alle belle donne e all’epopea sottesa ad ogni atto d’amore.

Romagna mia!, da questo punto di vista, si rivela una fonte inesauribile di curiosità: ho scoperto leggendo il libro che la sigla di Lupin, che ha vivacizzato l’infanzia di tutti i bambini degli anni Ottanta, me compresa, nasce dal riadattamento di una polka romagnola ad opera della premiata ditta Castellina- Pasi; che Pellegrino Artusi fuggì a Firenze dopo che la sua famiglia fu rapinata in circostanze curiose; che Federico Fellini si preparava ad andare in gita a Sant’Arcangelo dalla sua Rimini (neppure venti chilometri di distanza) come se dovesse andare alla conquista del West.

Preferisco, però, la dimensione privata del racconto di Cavina: vi propongo qui il passo che parla delle dinamiche familiari secondo criteri ferocemente geopolitici.

In quel continente fantastico che era il nostro minuscolo appartamento delle Case Popolari, troppe civiltà erano in contrasto tra di loro. Mia nonna era un antico Impero fondato all’alba dei tempi, che dominava con pugno di ferro un territorio vastissimo che andava dalla sua camera da letto fino a tutto l’angoo cucina, frigorifero compreso, passando per il gabinetto […} Mia mamma Nicoletta era una giovane e agguerrita repubblica che cominciava ad affacciarsi coraggiosamente sul palcoscenico internazionale […] Gianì era un po’ una sorta di Stato cuscinetto fra i due regni bellicosi con cui si era ritrovato a vivere. Cercava quando poteva di mettere pace, come una specie di Onu in miniatura: infatti non contava quasi niente.[…]Io ero una minuscola nazione privilegiata, tipo la Svizzera, neutrale e coccolata un po’ da tutti quanti”.

Concordo: ogni volta che leggo Cavina avrei voglia di abbracciarlo e coccolare il bambino che fu e il meraviglioso scrittore che è diventato.

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