San Francesco e Castelvecchio Subequo

L’Italia che non ti aspetti si annida lì, in quei posti che la politica dimentica.

Castelvecchio Subequo, a non più di trenta chilometri dalla casa della mia giovinezza, fino ad ieri è stato solo un nome per me. Un nome da pronunciare con rispetto, grondante pendolarismo e ruralità, un nome da bivi mai percorsi, da strade mai incrociate.

Mi sono decisa a svoltare a quell’incrocio per motivi squisitamente familiari: sapevo che le mie nipotine avrebbero sfilato in costume per la festa del “transito di san Francesco” e volevo applaudirle.

L’applauso si è però rapidamente esteso all’ambiente circostante, fatto di gole ripide e di pianure verdi. Su uno sperone, in alto ma non troppo (500 m. s.l.m.), si erge un paese ferito dal terremoto e dall’incuria del tempo, orgoglioso, però, di un passato fastoso che riemerge qua e là, nella bellezza di una bifora, nell’armonia di un caseggiato, nell’eleganza di un portoncino in pietra.

L’ho scoperto in un crescendo di meraviglia.

Dapprima mi sono estasiata di fronte alla facciata di san Rocco, deturpata sì da improbabili imbracature post sisma dei colori dell’arcobaleno, ma tuttavia incantevole nelle figure in bassorilievo che paiono uscire dalla chiesa per invitare gli astanti alla devozione.

Un puttino dal volto dorato vivacizza il portone.

Stupisce sapere che all’aspetto ameno non sempre corrisponde una funzione consolatoria: nella chiesetta, che un tempo si trovava fuori dal centro abitato, venivano trasportati i malati di malattie contagiose. Chi moriva trovava sepoltura all’interno del luogo sacro.

Tradizione vuole che anche san Francesco si sia fermato qui e che in suo onore sia stata costruita una piccola chiesa, di quelle raccolte e umili che piacevano tanto a Lui.

Su quel sito, come già è successo ad Assisi con la Porziuncola, è stata edificata una maestosa cattedrale,la Chiesa di San Francesco, che ingloba e sovrasta il nucleo originale, in una realizzazione di grande impatto emotivo.

Entrando in chiesa, l’animo, sopraffatto dapprima dalla sensazione di grandeur trasmessa dagli arredi religiosi (una grandeur che né il paese né l’architettura esterna lascerebbero supporre), ritrova respiro e pace accostandosi al nucleo originale, fitto di affreschi appena restaurati che furono commissionati nel Seicento sulla falsa riga di quelli giotteschi di Assisi.

Lo sguardo è calamitato, al centro, dal reliquiario in argento di squisita fattura che custodisce il sangue delle Sacre Stimmate. Prose devote raccontano che più volte, negli anni, durante pubbliche ostensioni, il sangue si sia scoagulato miracolosamente, a dimostrazione e prova della vicinanza del Santo alla collettività di Castelvecchio. Solo l’anno scorso, il primo ottobre, si è ripetuto l’atteso miracolo.

Si fa notare anche l’altare ligneo, monumentale e fastoso.

Il resto della chiesa, fittamente più che finemente decorato, data ad epoche successive e testimonia, se non il buon gusto, sicuramente la devozione particolare dei fedeli e l’importanza attribuita al santuario e al paese.

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