San Vincenzo al Volturno (IS)

WP_20150301_001In uno scenario naturale di suggestiva bellezza, fra gli archi di un porticato senza mura, tra pony che pascolano sul sagrato e cani maremmani che si crogiolano al sole, compare, maestosa e abbandonata, la chiesa di San Vincenzo al Volturno.

Quei luoghi in cui fu scritto il Chronicon Vulturiense, ad illuminare secoli di vita tra Abruzzo e Molise, quelle mura che furono invalicabili, quei resti che, segnalati in ogni guida turistica, sono fra le principali attrattive della regione, appaiono trasandati, negletti, trascurati.Created with Nokia Smart Cam

La sobria facciata della Chiesa acquista un dinamismo e un’eccentricità non previsti dallo sguardo prospettico attraverso le arcate del porticato, solo retaggio dell’antico splendore murario.

Altri resti, colonne, capitelli, marmi, giacciono sdegnati nello spiazzo antistante.Created with Nokia Smart Cam

Eppure un attento restauro ha ringiovanito porticato e pareti: il risultato complessivo della strana accoppiata (restauro e abbandono) è più simile alla coreografia hollywoodiana di un film di fantascienza che ad un luogo reale e consacrato.

Il monastero
Il monastero

Il portone è chiuso, ma un avviso invita a rivolgersi al vicino monastero.

Lo individuiamo per eliminazione in un cascinone ben tenuto e suoniamo al citofono, sperando che qualcuno ci accompagni nella visita.Created with Nokia Smart Cam

Dopo forse cinque minuti, una monachella si affaccia dalla finestra e, con accento fortemente angolofono, ci invita ad aspettare. Altri cinque minuti e la stessa compare col telecomando del cancello automatico in mano. Apre la cassetta delle lettere, consegna a Marco una chiave e lo invita, a gesti più che a parole, a reintrodurla nello stesso punto a visita ultimata.

Poi sparisce per sempre.

E così ci troviamo ad aprire la chiesa che è il vanto del Molise senza custodi e senza compagni.

L’interno è imprevedibilmente luminoso: ci chiudiamo la porta alle spalle per evitare che la fauna onnipresente violi il tempio del Signore e iniziamo la nostra visita con la fastidiosa sensazione di star profanando un luogo sacro.Created with Nokia Smart Cam

In un mondo che ci ha abituato ad ogni bruttura, la commovente fiducia delle suore di clausura del Connecticut che hanno ripopolato l’abbazia di San Vincenzo al Volturno ci appare fuori dal tempo.

E se un vandalo volesse distruggere? E se un ladro volesse rubare? E se un sacrilego volesse profanare? E se un distratto portasse via le chiavi?

Nel silenzio assoluto della chiesa e dell’annesso museo, ogni parola sembra rimbombare, l’accensione di ogni luce temporizzata ci fa sobbalzare. Cerchiamo invano la cripta di Epifanio con i suoi celebri affreschi: non è qui, ma, chiusa e non visitabile, nel vicino parco archeologico. Bisogna accontentarsi di alcune riproduzioni istallate in una stanza buia fra statue dei santi che sembrano custodirle severamente.Created with Nokia Smart Cam

Sulle tracce di Epifanio, raggiungiamo dunque il parco archeologico, coperto da brutte e funzionali tettoie.

Created with Nokia Smart CamI custodi sono gentilissimi e si intrattengono a lungo con noi, informandoci approfonditamente dell’incredibile storia di un luogo possente, che fu spazzato via dalla storia in una sola, fatidica giornata: il 10 ottobre 881, infatti, un gruppo di saraceni irruppe sul monastero, ne distrusse le mura (che non erano certo di cartavelina, a giudicare dai resti archeologici), ne trucidò gli abitanti, ne razziò gli averi e si allontanò.

Ciò che resta pare piangere ancora.

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