Il santuario di Castelpetroso (IS)

WP_20150301_026Il Santuario di Castelpetroso (IS) è una macchia di marmo che si staglia nel verde della foresta.

Conserva il fascino solitario della cattedrale nel deserto; Isernia, con il suo cemento e i suoi centri commerciali, è dietro l’angolo, ma sembra mille miglia distante da quest’oasi di spiritualità.

Quando l’andirivieni di colli poco o nulla antropizzati è spezzato dal subitaneo comparire del Santuario di Castelpetroso, l’apparizione ha del miracolistico. L’architettura ardita e le proporzioni titaniche suscitano una sorta di straniamento: siamo ancora in Molise? In quel Molise fatto di spazi liberi e di sporadici grumi di case abbarbicati sui monti? In quel Molise minimalista e svogliato di cui invano cercheresti traccia sulle guide turistiche?

È come se un lembo di foresta nera, un pezzo di Mitteleuropa si fosse innestato in territorio sannita: il santuario di Castelpetroso dialoga con il paesaggio, lo fissa con la sua presenza impattante ed esclude costruzioni concorrenti a rubare la scena.Created with Nokia Smart Cam

Il contesto naturalistico ingloba ed esalta la struttura, i cui delicati toni pastello sono studiati non per gareggiare con la natura, ma per una reciproca esaltazione.

Più ci si avvicina, più ci si sente presbiopi: il colpo d’occhio vien meno, il senso d’insieme comincia a sfuggire, restano solo i dettagli: i due angeli che accolgono il viandante a metà viale d’accesso, le guglie gotiche, il bel portale.

La foto galeotta di Fabio Pitisci
La foto galeotta di Fabio Pitisci

Venerdì 27 febbraio una foto suggestiva di Fabio Pitisci postata nella pagina facebook di Paesaggi del Molise mi ha svelato l’esistenza del santuario di Castelpetroso e domenica 1 marzo ero già lì a scoprire se il fascino travolgente di quell’immagine fosse ascrivibile alla mano del fotografo o al genio dell’architetto.

Il freddo già incamerato a Fornelli, amplificato da un vento polare che ghiacciava il respiro, ha reso la visita al Santuario di Castelpetroso meno approfondita di quanto il luogo avrebbe meritato. L’interno, infatti, è una selva di colonne che dà vertigini. Mi sono sentita come quando, da bambina, giravo vorticosamente su me stessa per poi vedere il mondo instabile e ondivago.

La selva di colonne
La selva di colonne

WP_20150301_013Eppure qui ci si muove a passo lento, con uno sguardo piano alle cappelle laterali, sette come i dolori della Madonna Addolorata a cui è consacrata la basilica, e da lì ad un ipotetico centro che sembra fluttuare e sfuggire da qualunque punto di osservazione.

Solo all’uscita ci si imbatte nelle epigrafi di ringraziamento per i devoti che hanno finanziato con i propri oboli la chiesa: sono resoconti dettagliati, forse adatti al quaderno di un ragioniere più che alle mura di un santuario che dovrebbe insegnare la mortificazione delle ambizioni mondane.

Ci si ricorda così, nostro malgrado, che la bellezza e l’arte hanno costi che, nella neobarbarie dilagante, lo Stato non sa più assorbire

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