Se mi vuoi bene di Fausto Brizzi (19/2015)

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Se mi vuoi bene di Fausto Brizzi è un libro che procura innamoramento.

Come ogni amante, ho cambiato sensibilmente le mie abitudini durante la lettura: mi sono votata ad una insolita monogamia letteraria, abbandonando sul comodino gli altri volumi già iniziati; ho sfruttato ogni momento per prendere in mano il libro, accontentandomi anche di due righe tra un impegno e l’altro; ho perso la nozione del tempo in compagnia di Diego Anastasi, il protagonista, e della sua depressione; ho riconosciuto i difetti del libro e ho amato soprattutto quelli.

Fausto Brizzi non ha scritto Se mi vuoi bene in preda ad un sordo logorio dell’anima. Per sua stessa ammissione non conosce la depressione e questo gli permette di affrontare la tematica con tono lieve e arguto, non scevro da curiosità e frivolezze, e di abbandonarla superficialmente quando la trama dribbla verso la seconda parte.

E ben venga! Se mi vuoi bene soddisfa il mio anelito alla leggerezza.

Il concetto di fondo è vero e profondo: che vuol dire “voler bene”? Gli affetti si vivono facendo del bene, non crogiolandosi in un buonismo senza azione che è il leit motiv del vivere contemporaneo.

Le scelte di Diego Anastasi, coaudiuvato da Massimiliano, il gestore del negozio di chiacchiere che già mi aveva ammaliato in Cento giorni di felicità (e che piacere trovare fra le comparse personaggi che avevo imparato ad amare nel precedente romanzo!), e da Giannandrea, un sarto sanguigno, si riveleranno divertentissimi boomerang, ma aiuteranno il protagonista a ritrovare la gioia di vivere che aveva perso nei mesi bui della depressione.

Il giovane Diego ebbe un primo dispiacere al termine di un esame di terza media assai poco brillante: “Sufficiente, lo sanno tutti, è peggio che bocciato. Ripetere l’anno, in fondo, è segno di personalità, di lotta contro il sistema, di spavalderia incosciente e sognatrice. Un anno di più, a quella verde età, è un vantaggio importantissimo. Quando ripeti la terza media, sei il più grande di tutto l’istituto e puoi far valere i tuoi diritti, sei il leader indiscusso dei maschi e l’idolo delle femmine. Il bocciato è una figura mitologica che vive nella sua fortezza all’ultimo banco e ha un paio di scagnozzi sempre al suo servizio, pronti ad eseguire terribili azioni di nonnismo e brigantaggio. Il bocciato è il fascinoso pirata che combatte con coraggio la dittatura del Ministero della Pubblica Istruzione (sic!). Il bocciato è Sandokan. Se invece sei promosso con quell’aggettivo irripetibile, ti viene tatuato sulla fronte il marchio del fallito per sempre, quell’avvilente voto è sinonimo di non-combinerà-mai-niente-nella-vita”.

Non sono certo d’accordo con questa teoria, ma ammiro la capacità di Fausto Brizzi di calarsi nella mente di un tredicenne infelice. Trenta anni dopo, la malinconia ritorna: “ Se avessi detto che mi ero rotto una tibia cadendo dal motorino sarebbero tutti accorsi al mio capezzale, ma la depressione non si ingessa, è meno scenografica […] Scriveva Victor Hugo che “la malinconia è la felicità di essere tristi”. Niente di più vero e preoccupante. Essere depresso cominciava a piacermi”.

La cura per le citazioni argute e per le spigolature interessanti è una caratteristica ineludibile dei libri di Fausto Brizzi e contribuisce al loro successo. Al termine di una appassionata dichiarazione d’amore per il proprio cane, l’autore riesuma il bellissimo epitaffio che Lord Byron fece scrivere sulla lapide del suo fedele terranova. Vi regalo questa chicca:

In questo luogo,

giacciono i resti di una creatura

che possedette la Bellezza ma non la Vanità,

la Forza ma non l’Arroganza,

il Coraggio ma non la Ferocia,

e tutte le Virtù dell’universo senza i suoi Vizi.

Questo elogio che non sarebbe che vuota Lusinga

sulle Ceneri di un Uomo,

è un omaggio doveroso alla memoria di Boatswain,

un cane che nacque in terranova nel maggio del 1803

e morì a Newstead Abbey il 18 novembre 1808.

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