Se prima eravamo in due di Fausto Brizzi (17/2017)

Se prima eravamo in due è il quarto libro di Fausto Brizzi.
Siccome i precedenti mi avevano dilettato parecchio, non ho esitato neanche un istante ad acquistarlo e subito incominciarlo.
Sottovalutavo un fattore: nessuno è più noioso di un genitore in estatica contemplazione del figlio lattante.
Ho visto amici brillantissimi annoiare mortalmente la comitiva discettando per ore di feci e rigurgiti; ho ascoltato persone di solito piacevolmente ciniche sollecitare complimenti quantomeno azzardati sulla fastidiosissima prole.
Oggi aggiungo: mi sono imbattuta in un autore di solito ironico e scanzonato che trascrive canzoncine e favolette inventate per la propria bimba come se fossero una delizia per l’umanità.

Se prima eravamo in due, evidentemente, mi è piaciuto poco, anche se la tematica leggera, lo stile piano e il formato ridotto mi hanno permesso di leggerlo fino in fondo, fino, cioè, all’ultimo paragrafo, che riscatta in parte il libro stesso.
In una lettera indirizzata al futuro, a sua figlia ormai adulta e, ahilui, orfana, Fausto Brizzi la esorta: ” Se contrariamente alle statistiche e, soprattutto, alle sue teorie alimentari, mamma (vegana convinta, NdC) dovesse essere volata via prima di me, urla forte al mondo che rinunciare ai tonnarelli cacio e pepe, alle uova strapazzate e alle melanzane alla parmigiana non serve a un cazzo“.
La gran parte delle osservazioni interessanti confluisce davvero in quest’ultimo paragrafo, in cui si legge anche che “Oggi io, i tuoi e i miei nonni siamo tutti dentro di te, come un imbuto dell’amore che ha travasato anni di parole, desideri e sentimenti in un contenitore speciale ed unico. Tu“.
Se prima eravamo in due è una lettera per due destinatari: la moglie e la figlia.
Noi lettori stavolta siamo di troppo.

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