Serenata senza nome di Maurizio De Giovanni (29/16)

SerenataSerenata senza nome sarà una storia bellissima, perché è bellissima la canzone da cui ha origine” ci disse infervorato Maurizio De Giovanni in un reading a Pescara di undici mesi fa.
L’ho verificato in tre step.
L‘attesa, innanzitutto, fin da allora.
Il possesso, il giorno stesso del lancio, intercettando in libreria il corriere che ne depositava uno scatolone intero per i fan aquilani.
L’agognata lettura, differita al momento in cui l’ultima scartoffia lavorativa fosse stata archiviata.
Tre sono anche i piani narrativi intrecciati da Maurizio De Giovanni in Serenata senza nome.
Il delitto e i castighi, uno per ogni personaggio irredento del giallo.

La storia, impalpabile nei palpiti quotidiani dei personaggi seriali, che in Serenata senza nome, quasi impercettibilmente, mutano passo.
La musica, affidata ad un interprete cieco e al suo caparbio discepolo.
La canzone è il leit motiv che intreccia i tre filoni narrativi.
Quando, ad esempio, Maurizio De Giovanni racconta la voce di Livia, che, “avvolta dalla tromba e dai violini, punteggiata dal pianoforte e sostenuta dai clarinetti, percorse la canzone, emozionata ed emozionante“, ci accorgiamo che questo personaggio ha ancora diverse frecce al suo arco.
Mai come in questo romanzo, infatti, trova compimento la dialettica fra amore ed odio.
Avrei preferito che mi odiassi. L’odio è pur sempre un’emozione da colore carico, non come l’affetto, che è dipinto con gli acquerelli. Ma ormai il mio amore si è cristallizzato in una cattedrale di vetro” confessa il duca Marangolo alla contessa Bianca.
“Uno schiaffo e una carezza sono lo stesso movimento, hanno solo forza diversa” fa notare il vecchio guru al giovane musicista che lo ascolta.
L’erotismo, grande assente nei romanzi precedenti, balugina finalmente qua e là fra le righe.
Non vi svelerò fra chi “la conversazione si svolse piana e superficiale, mentre al di sotto dele parole i corpi dialogavano in modo ben diverso” nè chi fu che “le porse il braccio e lei gli passò la mano tra il corpo e il gomito. Un gesto semplice, usuale. Eppure entrambi temettero che l’altro avvertisse il rumore martellante del proprio cuore“.
Lo scoprirete presto: Serenata senza nome è un romanzo che si legge d’un fiato e colonizza l’animo.

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