Sono cose da grandi di Simona Sparaco (5/17)

La paura, la guerra, il terremoto: Sono cose da grandi.
E noi grandi non siamo.
Non siamo pronti a spiegare l’orrore ai bambini perché non riusciamo a giungerci a patti neanche noi.
Immagino Simona Sparaco al computer, di notte. Immagino le dita correre veloci sui tasti, dando ordine ai pensieri che le affollano la mente.
Al centro di tutto c’è Diego, il figlioletto, con la sua voglia di vivere, la sua curiosità, la sua ingenuità. C’è l’amore grande di una madre che si prepara alla perdita: quel bimbo crescerà, diventerà un adolescente inquieto e un adulto distante.
Quel bimbo che vive in simbiosi con lei andrà consegnato al mondo, prima o poi. E di questo mondo Simona Sparaco (e non solo lei) ha paura.

Essere madri oggi significa lottare contro un senso perenne di inadeguatezza : le certezze su cui si ancorò l’operato dei nostri genitori sono state smentite e dissolte dalla storia.
Oggi il nemico non ha volto e non dà pace, si annida nel quotidiano e lo snatura. Sta sotto terra, nelle scosse che in questi anni hanno fiaccato il Centro Italia; sta nelle strade, che si fanno tombe per chi incrocia un pazzo armato che ha dichiarato guerra all’Occidente in cui vive; sta nel computer, in cui uomini senza volto e senza morale possono raggiungerti su un social network e farti del male.
Sono cose da grandi?
Purtroppo no, perché i bambini non sono esenti dall’orrore.
Sicuramente sì, perché la paura assale chi proietta nel futuro le sue aspettative. I bambini, beati loro, vivono in un eterno presente fatto di fiori, farfalle, coccole e piccoli riti quotidiani che li fanno sentire al sicuro.
E Simona Sparaco, che in incipit si riproponeva di spiegare al figlio l’esistenza del male, osservandolo vivere con levità apprende da lui il vero antidoto al terrore: quel carpere diem, che ciascun bambino, ogni giorno, inconsapevolmente fa.

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