Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante (41/2015)

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Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante non è solo la storia di un matrimonio o, più in generale, delle complesse dinamiche nell’interazione fra sessi.

Lo è anche, naturalmente, perché il romanzo offre diverse chiavi interpretative. Anzi, gli uomini, a disagio in quanto privi della corazza delle loro automobili, sono nella Ferrante unidimensionali, proiettati cioè solo in una dimensione esterna, sociale, apparente.

Le donne, invece, nonostante la relativa stasi delle loro vite o forse proprio per questo, si trasfigurano e metamorfizzano, cambiando pelle e sentimenti nel corso del romanzo.

Elena Ferrante ha il raro dono di incollarci a storie minime, che deragliano solo impercettibilmente dall’ordinario, e che possono riassumersi in poche battute, come dimostrano i magistrali riassunti a inizio di questo e degli altri libri della quadrilogia, che sintetizzano in pochissime righe eventi che si sono concretizzati in centinaia di pagine appassionanti.

La questione che più mi ha colpito, forse perché poco trattata nella narrativa contemporanea, riguarda il senso stesso dello studio.

Sa creare più l’inclinazione naturale o il rigore dell’applicazione?

L’intelligenza, se non supportata dallo studio, che cosa diventa?

Lila è intelligente, lo riconoscono tutti.

Non è metodica, però, non ha costanza né prudenza.

Elena è sgobbona, lo dimostrano i suoi voti.

Non è brillante, però, non ha intuito né briosità.

Ecco la forza di questa amicizia. Insieme, l’intuito di Lila viene testato dalla razionalità di Elena in una miscela esplosiva; separate, non tanto fisicamente quanto mentalmente, perdono l’una di credibilità, l’altra di fascino.

Addirittura Elena si trova ad evocare versi e romanzi come tranquillanti. Forse [pensai] aver studiato mi serve solo a questo: a calmarmi, mentre Lila intuisce che la sua intelligenza logica serve a poco in assenza di dati certi da incasellare e valutare.

Storia del nuovo cognome ci porta fuori dal rione in cui si era svolta l’infanzia delle due ragazze e ci dimostra come non basti cambiar casa e titolo per dotarsi di una nuova identità.

La conclusione che, anziché chiudere un cerchio, apre nuovi spiragli inesplorati, già sperimentata in L’amica geniale, mi è tollerabile solo perché sono pronta a buttarmi senza soluzione di continuità nel sequel, Storia di chi fugge e di chi resta, che è già in mio possesso.

La trovo comunque una gran mancanza di rispetto nei confronti di noi lettori.

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