Tutte le strade portano a noi di Alcide Pierantozzi (26/2015)

PierantozziIn Tutte le strade portano a noi Alcide Pierantozzi rivoluziona un cliché.

Qualcuno ha detto che, dopo il perfido JR di Dallas, è diventato imprescindibile essere ricchi.

Dopo il fascinoso Richard Gere di Pretty woman si è resa obbligatoria la bellezza.

Dopo il Doctor House, però, il must è la salute.

Uno stile di vita sano è fatto di cucina e di passeggiate: così, nugoli di borghesi hanno abbandonato i sofà per esibirsi in selfie tracotanti prima e dopo escursioni in montagna o sedute in palestra.

Diversi scrittori si sono già cimentati in lunghi itinerari; per questo, mi aspettavo da Pierantozzi lo stesso elogio acceso e insincero del cammino che avevo già riscontrato in Paolo Rumiz, Enrico Brizzi e Claudio Sabelli Fioretti.

Non l’ho trovato.

Libertà di pensiero e irriverenza di parola, ecco le uniche costanti di questa cronaca che è un piacevole guazzabuglio di pensieri e ricordi affioranti nella mente di chi cammina.

Lo dice proprio lui, alla metà del libro: “La mia non vuole essere una guida galattica sull’Italia a piedi, ma un caleidoscopio di storie che ti accompagnino lungo un’altra strada, la tua”

Alcide Pierantozzi sta percorrendo a piedi la via Francigena da Milano a Bari con un gruppo di amici che finisce per non sopportare più ( ma di Romina mi resterà per sempre nella memoria “una risata strabocchevole che all’inizio le balla dentro lo stomaco e poi si arrampica sula gola prima di innaffiare di gioia ogni cosa”)

Non è lo zelo religioso a guidarlo (e questo gli varrà il biasimo dei critici più retrivi), non l’ansia di conoscenza, non un obiettivo specifico e speciale. Contro la retorica del passeggio, contro l’epica del particolare, Pierantozzi non ci strazia con la descrizione minima del tragitto, non ci infligge minuziosi bollettini medici sui piedi piagati e sulle ginocchia che dolgono, no.

Ci diletta, al contrario, con briosi aneddoti sulla sua infanzia, sui nonni abruzzesi che lo hanno cresciuto, su Colonnella, il paesotto avito che, in quelle poche case, contiene il mondo.

Il piacere, del resto, nasce in lui dalla narrazione, non dalla sensazione: “Un profumo di menta selvatica fluttua su di me, scricchiolii misteriosi echeggiano lungo le rocce e dovrebbero farmi sentire perfettamente a mio agio, come una nota musicale persa e appena rientrata nello spartito. Ma va’, non scatta nulla. Mi spremo l’anima, ma non sento nulla”. Solo dopo un sentito scavo interiore, Pierantozzi si accorgerà di un riflesso pavloviano che condiziona la sua percezione: “tutte le volte che da bambino mi emozionavo per qualcosa, qualcuno accanto a me stava ridendo. E di solito io stesso ridevo. Nella mia vita non ho mai provato rivelazioni di alcun tipo, tantomeno sensazioni forti, ammesso che il sottofondo non fosse una bella risata. Io percepisco la potenza del vento e a fatalità di un cielo azzurro solo come incarnazioni di una risata.”

Se l’autore fosse stato vicino a me mentre leggevo Tutte le strade portano a noi si sarebbe emozionato molto, perché molto riso. Lui che si emoziona perché io mi emoziono del libro che lui ha scritto su ciò che lo emoziona: è un trip mentale che dà parecchia soddisfazione.

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