Un paese di carta di Laura Benedetti (36/2015)

WP_20150810_001Un paese di carta di Laura Benedetti è un romanzo migrante.

Tocca luoghi alla periferia dell’impero: il Far West americano, dove si può ancora inseguire la luna crescente, e la provincia italiana più fraintesa, L’Aquila, con il suo passato ingombrante e il suo presente terremotato, oscillante senza posa tra acquiescenza e disperazione.

Lo animano tre affascinanti figure di donna, che declinano per intero le potenzialità del femminile: c’è Alice, nonna Lice, una pasionaria senza tempo che sa vivere al ritmo del suo cuore, Jane, alla ricerca di un’identità precariamente in bilico fra il suo ruolo di figlia e di madre imperfette, e Sara, la tenera Sara che solo fortificando le sue radici potrà crescere libera.

Attorno a loro si agita una pletora di personaggi minori, funzionali tutti all’azione perché le creature di Laura Benedetti sono in continua, frenetica attività e considerano l’immobilismo la causa prima della desolazione.

Eppure Sara, la giovane che va alla ricerca di sé ai due estremi dell’Occidente, si trova a mediare tra impazienza e passioni.

Nella prima parte del libro, che svela un’America lussureggiante e naturalisticamente complessa, ben lontana dagli stereotipi di grattacieli e cemento a cui la narrativa contemporanea ci ha abituato, l’amore ha i tempi lenti della fotografia; nella seconda parte, ambientata in una città che ribadisce già nello stemma la sua immobilità (“Immota manet”) e che sceglie come simbolo quel Celestino V che sul rifiuto dell’impegno fondò la sua santità e insieme il suo stigma, Sara si muoverà come un marziano a Roma.

Non a caso l’autrice è stata in passato insignita del prestigioso premio Flaiano: condivide con il grande scrittore quel gusto per lo straniamento e quell’ironia sottilmente polemica che rendono rapinosa la lettura del romanzo.

Un paese di carta è una cartina di tornasole sulla nostra Italia e sulle sue contraddizioni ed ha la piacevolezza del romanzo, la profondità della saggistica di stampo antropologico e quel respiro internazionale che promette successo all’autrice e, finalmente, un posto di rilievo nell’atlante letterario alla mia incongrua, sfortunata, amatissima città.

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