Un tango sulla Senna di Philippe Delerm (22/16)

DelermIneffabile Philippe Delerm.
Solo lui avrebbe potuto scrivere Un tango sulla Senna, o almeno solo a lui lo avrebbero pubblicato.
L’autore tratteggia con lessico quotidiano una quarantina di situazioni che gli procurarono lampi di autentica felicità, tanto rara, secondo lui, nella vita umana perché è fruibile solo se si è immersi a pieno nel presente.
Ma noi non godiamo mai del singolo istante! Siamo tutti talmente presi a ricordare o a progettare che la felicità ci scivola di mano senza che neppure proviamo ad agguantarla.
L’atmosfera di Un tango sulla Senna è incredibilmente francese e parla di una quotidianità che non ci riguarda. Piuttosto, chi in Italia volesse confrontarsi con i piccoli piaceri quotidiani troverebbe conforto e diletto in Momenti di trascurabile felicità del brioso Francesco Piccolo.

Eppure, quelle rare volte in cui le vicende biografiche di Philippe Delerm si sovrappongono alle nostre, si sprigiona una grande empatia.
A chi non è mai capitato di partecipare con entusiasmo a un evento che si rivela poi noioso, stucchevole, vano? Delerm descrive con goduria quel momento magico in cui, giungendo a patti con noi stessi, decidiamo di averne abbastanza e abbandoniamo la sala. Che senso di libertà si sprigiona!
Delerm identifica poi un momento di magia nella contemplazione dell’espressione seria di un nipotino tutto compreso nello sforzo della lettura. Ed è trovato subito a trovarmi nella memoria il visetto dolce della mia prima nipote, Aurora, allora seienne, che, inaspettatamente, al centro commerciale, si bloccò di colpo, aggrottò la fronte, poi, rasserenata, mi strinse la mano ed esclamò, con la luce negli occhi: “Megàlo, c’è scritto Megàlo”. E io non ho avuto cuore di specificare che si legge Megalò.

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