Io viaggio da sola (M. Perosino)

Per lavoro e per passione sono abituata a dialogare con autori morti da tempo.

Raramente, però, ho provato la stessa sensazione di lutto e perdita che ho vissuto leggendo Io viaggio da sola di Maria Perosino a soli quattro mesi dalla scomparsa dell’autrice.

Mi riempie di rammarico, cioè, l’idea di essermi imbattuta in una saggista appassionata, colta, dissacrante, e di non poter contattarla perché i miei tempi e i suoi non si sono incrociati.

Avrei voluto scrivere io un libro così intelligente e aggiornato, un vero e proprio inno al viaggio, un atto d’amore per il mondo, un trionfo di cosmopolitismo e di dolente allegria.

La Perosino insegna ad acclimatarsi nei luoghi che si visitano, a memorizzarne le mappe, a viverne la quotidianità; diffida dalle mete imperdibili, dalle maratone alla “sette città in sette giorni”.

Più che i monumenti e i musei, vuole imprimersi nel cuore gli odori, i sapori, i suoni di ogni città. Vuole gustarla nei ristoranti, annusarla nei parchi pubblici, percorrerla nelle vie marginali.

Non capisce chi si affanna nei centri commerciali della propria città per far scorta di provviste in vista di un viaggio.

Ci sono tanti negozi nei luoghi di arrivo, dove trovare la stessa merce, ma atmosfere, accenti, dialetti diversi. La capisco: anch’io ho l’abitudine di comprare un libro in ogni luogo che visito. Magari è lo stesso testo che potrei comodamente acquistare nella mia libreria di fiducia, ma si lega indissolubilmente nel ricordo al luogo in cui è diventato mio.

Ognuno dovrebbe organizzare i suoi viaggi in funzione degli interessi reali e non dei must del momento. Cercare di appassionarsi fuori a ciò che ci lascia indifferenti a casa non è solo folle, ma è anche controproducente perché rischia di trasformare in dovere quello che è il più grande piacere della vita.

Il viaggiare antropologico proposto nel testo prevede atti d’amore verso il prossimo, che andrebbe interpellato e consultato in quanto esperto autoctono, e verso noi stessi, che abbiamo il diritto-dovere di perseguire la maggiore felicità possibile. La filosofia è questa: “Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli, ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.[…]Se la tristezza ti deve fare da commensale, tanto vale invitarla in un buon ristorante piuttosto che a una tavola calda”.

L’autrice racconta che già da bambina, quando i suoi genitori, come i miei, organizzavano “trasferimenti in luoghi di villeggiatura” al posto dei viaggi (mia sorella ed io emigravamo a luglio a Silvi Marina, ad agosto da nonna Rubina a san Benedetto in Perillis), in macchina si perdeva a guardare le targhe insolite delle automobili che superavano la sua e sognava di trasformare in luoghi quelle sigle e quei nomi esotici.

Sono felice che ci sia riuscita e che, come sognava, abbia realizzato il desiderio “di fare della vita adulta un’invenzione. Bella da vivere, guardare e raccontare.”

Perché chi sa vivere e sa raccontare può rivivere nella fantasia dei suoi lettori anche a quattro mesi dal suo funerale.

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