Gli scaduti di Lidia Ravera (27/2015)

Gli scaduti fotoGli scaduti viene presentato come il primo romanzo di fantascienza di Lidia Ravera.

Di fantascientifico c’è ben poco, però: la fantasia dell’autrice gioca solo a portare alle estreme conseguenze l’ondata di giovanilismo ebete che ha invaso l’Italia negli ultimi anni sotto la guida del Rottamatore.

La storia recente ha dimostrato che questa gioventù è solo di facciata e che le solite eminenze grigie muovono le fila dei burattini palestrati e abbronzati a cui solo in apparenza è affidato (con i risultati che vediamo ogni giorno) il nostro Paese.

Per questo il romanzo di Lidia Ravera, a pochi mesi dall’uscita, è già “scaduto” perché alla trama si sovrappone l’attualità. L’autrice stessa, poi, ha ceduto all’indignazione trascurando un po’ le vicende e creando personaggi grotteschi, come la squallida Federica, tronfia puerpera che si sente il mondo in mano, l’irresoluto Matteo, teso fra l’adesione al regime giovanilistico del Lìder Maximo e il buonsenso che vieterebbe una selezione della classe dirigente basata su criteri puramente anagrafici, e l’inqualificabile dottor Miller, sorta di gattopardo dell’orribile società, che con il suo comportamento ha macchiato la sua fedina morale.

Umberto è il rottamato, a cui Lidia Ravera dedica una magistrale presentazione. “Per tutta la vita, lui era stato un capobranco, un maschio alfa, un pesce pilota. Si era smarcato dalla mediocrità con l’impegno di chi la teme. Era stato un allievo brillante, un giovane ribelle, un quadro dirigente precocemente autorevole, un leader amato nella norma e detestato senza acrimonia”.

È lui che ci spiega il segreto del discorso perfetto: “Avrebbe voluto prepararsi un discorso ben calibrato: alcune verità essenziali e, come tutte le verità essenziali, abbastanza intollerabili, intrecciate a raffiche di quella volontà di fare, il cui sottotesto è sempre un ottuso ottimismo. Un tempo era il suo colpo segreto per conquistare la supremazia in qualsiasi gruppo”.

Sono le dinamiche all’interno del romanzo a non convincermi, ma purtroppo non è possibile accennarvi senza fare spoiler. Mi piacerebbe, però, parlarne con chi di voi ha già letto questo libro.

Vi lascio con questa definizione di felicità, molto leopardiana, che non condivido, perché secondo me la gioia si annida nell’intimità delle piccole cose, ma che dà pienamente il senso del romanzo: “Pensò che la felicità è questa interruzione del disagio. Non c’è felicità se non si riceve, prima, la propria quota di sofferenza. La felicità è una funzione del dolore”.

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