Terre rare di Sandro Veronesi (20/2015)

libro VeronesiA me Terre rare non è piaciuto.

L’ho trovato accidentato e disomogeneo, fatto di lunghe paludi narrative interrotte qua e là da pianure fertili e solatie che lasciano solo sognare come sarebbe potuto diventare il testo, se bonificato dalle superfetazioni di stesure diverse.

Si sente tra le righe il lavorio di troppi rimaneggiamenti.

La trama si sfalda perché l’autore ha composto la storia in tempi diversi.

Si sente.

Lo so.

Posso quasi sentire il rumore sordo che negli anni ha rimbombato nell’animo di Sandro Veronesi, ogni volta che il suo personaggio, Pietro Paladini, veniva pirandellianamente a cercarlo sussurrandogli storie che l’autore non riusciva a decrittare e armonizzare.

Lo so perché Sandro Veronesi è stato per anni uno dei miei scrittori preferiti.

Il suo Viaggi e viaggetti è fra i testi che hanno ispirato questo blog (e la pagina riassuntiva si intitola proprio allo stesso modo in omaggio alla prosa lepida e al brio di quella silloge), Caos calmo fu da me recensito nel lontano 2006 come un capolavoro e mi bruciano ancora sulle guance le lacrime versate leggendo Profezia, il racconto lungo in cui diede voce al dolore di ogni figlio alle prese con la malattia di un padre.

In quest’ultimo romanzo, però, non riesco a ravvisare quella felicità narrativa che caratterizzò le opere precedenti, se non, appunto, in qualche scena memorabile, come le tormentose pagine in cui Pietro prende coscienza di essere stato un minchione o di essere in grave pericolo o come il congedo definitivo tra il protagonista, Pietro Paladini, e Giulia, improbabile coatta dal cuore grande.

Questa relazione è descritta in maniera illuminante: “è un dono immenso piovuto nella mia vita, immenso. Eppure, pur provando per lei tenerezza, stima, senso di protezione, complicità rispetto, oltre che attrazione fisica quanta se ne vuole, devo anche dire che queste cose non si sono mai sommate fra loro per andare a costruire un qualche luminoso tutt’uno. Non credo di amarla, ecco, almeno non nel senso tradizionale del termine né credo che lei ami me: semplicemente siamo legati, e questo legame per ora ci protegge da rischio di perderci – per noia, disorientamento, solitudine- dietro persone molto peggiori”.

La sfida che secondo me Veronesi perde sta nel cucire insieme questa storia con quella di Caos calmo. La trama, che funziona magnificamente ogni volta che Paladini è alle prese con il suo nuovo mondo, si inceppa inesorabilmente quando interagisce con comparse del libro precedente.

Non me li ricordo mica, gli amici milanesi che si alternarono a fianco di Pietro fermo sotto la scuola della figlia.

Sono passati nove anni da quella lettura, sono entrati nel mio cuore migliaia di amici di carta diversi e, se il rovello di Pietro, neovedovo addolorato dalla sua assenza di dolore, ha in parte cambiato il mio modo di interpretare il lutto altrui (non il mio, perché ho sofferto tanto e ancora soffro per la Grande Assenza), le interazioni con colleghi, vicini, segretaria sono scivolati ben presto nel dimenticatoio.

Ritrovarmeli qui, dopo tanti anni, pimpanti come se nulla fosse accaduto, mi ha causato quell’imbarazzo che anche nella vita mi suscita l’incontro con persone che orbitarono nella cerchia dei miei amici in passato, senza diventare effettivamente amici miei, e che fingono quella affettata cordialità che né il passato comune né le divergenze attuali giustificherebbero.

Di questa storia mi resteranno pochi flash: il sepolcro disertato della madre, a Castiglione della Pescaia, vicino alla tomba di Italo Calvino, il sistema mutuato da Al Quaeda per comunicare per via telematica senza rischiare intercettazioni (condividendo username e password di un account in cui ogni messaggio è conservato fra le bozze) e la metafora delle terre rare che ha causato la bocciatura in fisica di un’insopportabile Claudia ormai maggiorenne.

Precedente "Cala la pasta" al Ristorante "Cervo bianco" di L'Aquila Successivo Le norcinerie di Norcia