“Ferite a morte” (S. Dandini) con Lella Costa

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26/10/2014: il Ridotto del Teatro Comunale è al culmine della sua capienza in occasione della serata aquilana di “Ferite a morte” di Serena Dandini, “una Spoon River del femminicidio” secondo la stessa definizione dell’autrice.

Il dramma è ambientato nell’Aldilà, nel girone riservato alle donne uccise da uomini.

Sulla scena, quattro grandi attrici danno voce ad una marea di tipologie femminili accomunate dalla stessa cieca acquiescenza nei confronti di mariti, amanti, parenti aggressori.

In platea, cinque donne per ogni uomo.

Al termine dello spettacolo, i mariti, imbarazzati e vagamente infastiditi, trascinano via le consorti, mentre diversi gruppuscoli al femminile si intrattengono in piazza a discutere e a commentare uno spettacolo che parla alle viscere delle donne.

Qualche minuto è speso a vantare la maestria di Lella Costa, a suo agio con ogni tipo di dialetto e insuperabile nei panni della badante moldava assassinata dal figlio dell’assistito.

Qualche altro ad ammirare la sapiente mistione video-foto-audio che cadenza il testo nella perfetta armonia fra le storie, la colonna sonora e le immagini proiettate sullo sfondo.

Qualche altro ancora ad approvare le scarpe rosse delle attrici nerovestite; scarpe rosse come quelle della favola che ammonisce le bambine alla compostezza, rosse come la passione che ci fa infiammare per i tipi sbagliati, rosse come il sangue che sgorga dai corpi senza vita di donne che hanno scambiato il furore dei propri amati per gelosia e la loro tirannia per amore.

Poi, però, qualcuna ammette di aver riconosciuto alcuni atteggiamenti del partner in quelli degli uomini raccontati in “Ferite a morte”. Salta via così il suggello del riserbo e si scopre che ognuna di loro ha conosciuto la violenza di un ex, l’invidia di un collega, le molestie di un corteggiatore, la continua denigrazione ad opera di un marito..

Il femminicidio è infatti la punta dell’iceberg di una lotta di genere che travalica i tempi e le nazioni e che non risparmia nessun ceto sociale.

È giusta, a mio avviso, la rilevanza concessa in ogni singola piece al pregresso, alle piccole soperchierie domestiche che, nel muro di silenzio che ogni donna alza per timidezza, pudore, paura, si ingigantiscono fino a condizionare o addirittura negare la vita di chi non ha saputo ribellarsi.

Nella rappresentazione scenica, le defunte giustificano la brutalità dei loro assassini, la minimizzano, ne sono stupite: “sono uomini”, sono per natura portati al malumore, al nervosismo, alla violenza.

Una vittima, che è morta in un gioco erotico di cui ha perso il controllo, invoca ancora il fascino delle “cinquanta sfumature” di una sola follia.

Un’altra, defenestrata da un corteggiatore deluso, è sbigottita di essersi imbattuta in uno più “stronzo” di lei.

Un’altra non ha fatto in tempo a conoscere il corteggiamento, dissanguata nel corso di una mutilazione genitale che in certi popoli non è orrore, ma tradizione.

Un’altra urla dal pozzo in cui è stata inabissata e da cui assiste impotente alle ricostruzioni giornalistiche, ai “Porta a porta” e alle Barbara D’Urso che si impossessano del suo caso e lo stravolgono ai fini dell’audience.

I testi sono brillanti, forse troppo.

Ecco, si è riso troppo, questo è il problema, questo è l’aculeo che mi punge l’anima mentre commento uno spettacolo che mi è comunque piaciuto molto.

E mi rendo conto che il cortocircuito è insito nel problema: parlare con leggerezza della violenza sulle donne serve ad attrarre pubblico, e quindi a divulgare il fenomeno, ma non lo sottrae al rischio della banalizzazione e del macchiettismo.

Invece dell’Aldilà non abbiamo certezza e una donna fatta schiava, umiliata, vilipesa, picchiata, se non si ribella, è la prima complice del proprio assassino.

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