Anna di Niccolò Ammaniti (50/2015)

WP_20151020_010Anna è per me la riprova estrema del geniale sperpero di Niccolò Ammaniti.

Se fosse solo un virtuosismo letterario, l’incipit sarebbe perfetto: in un’atmosfera che ricorda La strada di McCornak, fa la sua comparsa un cane degno di Cujo di Stephen King.

Se fosse una gara per il migliore spunto narrativo, Anna non sfigurerebbe: nel romanzo, Niccolò Ammaniti configura un mondo privato degli adulti ed i toni apocalittici con cui è descritto il rapido ritorno alla barbarie, in assenza di tecnici a garantire elettricità e servizi, aiutano a riflettere sul basso livello di autarchia con cui viviamo la vita.

La società dei bambini, capricciosa ed efferata, diventa però ben presto una copia in sedicesimo di quella adulta. Su questo nodo focale la mia fantasia diverge da quella di Niccolò Ammaniti e la lettura mi si fa faticosa. Subentra la noia per gli scenari sempre uguali, giganteggia al confronto il grande archetipo di riferimento, ossia la peste manzoniana, da cui lo scrittore mutua, con infinite variazioni sul tema, solo i particolari pulp nell’assenza totale di una cornice sociologica in cui inquadrare la storia.

Le pagine migliori, dunque, sono a mio parere quelle stranianti in cui il mondo è descritto con lo sguardo meravigliato dei bambini. Ecco ad esempio Astor, quattro anni, alla scoperta del suo corpo: “Entrò in bagno, salì su uno sgabello e si osservò allo specchio. Ogni volta scopriva qualcosa di interessante nelle narici in cui infilava il manico dello spazzolino, nel rosa delle gengive che diventava bianco se lo premevi, nelle orecchie che se le piegavi tornavano a posto con uno schiocco.[…]Quel giorno la sua attenzione si concentrò sulle sopracciglia. A che diavolo servivano? Perché aveva quei due boschetti uguali che il deserto della fronte separava dalla grande foresta dei capelli?”.

Purtroppo pagine di questa freschezza sono davvero rare; quasi subito i bambini entrano in dinamiche adulte di sopraffazione e mistificazione che spoetizzano la storia e banalizzano il testo, al punto che, dopo le pessime divagazioni sulla Picciridduna, unica adulta scampata alla devastazione secondo una leggenda metropolitana, ho abbandonato il libro sul comodino per diverso tempo e solo l’urgenza di riporlo nella libreria per far ordine mi ha convinto ad ultimarne la lettura.

Ho fatto male: questo finale sciatto e greve me lo sarei risparmiato volentieri!

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