Civitavecchia di Arpino (FR): l’acropoli

Civitavecchia di Arpino è l’ultima vera acropoli.
E non è greca né romana.
Furono i Volsci, infatti, ad erigere lì, a oltre 600 metri, una fortificazione che proteggesse gli abitanti ed isolasse il luogo.
Come fecero?
E’ un mistero, come sempre quando si riflette sulla sproporzione fra tecniche primitive e risultati millenari.
Quando le mura di Civitavecchia di Arpino vennero erette, gli etruschi non avevano ancora donato al mondo i loro archi.
I Volsci fanno come possono: se è caratteristico l’ingresso principale, un insolito rettangolo, l’arco a sesto acuto su cui confluiscono tutte le forze di un intero lato delle mura è fra i più suggestivi che abbia mai visto.

Fragile e insieme indistruttibile, mi ha fatto pensare a quei castelli di carte con cui i bambini saggiano le loro prime abilità manuali.
In realtà valichi del genere sono veri grattacapi per i nemici: sono le famose porte scee (notissime quelle di Troia) costruite in modo da poter essere varcate solo di fianco.
E il fianco destro, non dimentichiamolo, era quello senza scudo.
Le mura ciclopiche di Civitavecchia di Arpino si avvistano a distanza; se non tutti le raggiungono curiosi è perché la città nuova, Arpino appunto, intercetta ogni flusso turistico, condannando la città vecchia, gravida di storia e di fascino, a sopravvivere solo come set fotografico per cerimonie.
Noi cercavamo Gaio Mario, cercavamo Cicerone.
Cercavamo quel luogo mitico in cui videro la luce le menti più brillanti del mondo antico.
E lo abbiamo trovato nel fantastico isolamento di Civitavecchia di Arpino, solitaria, imprendibile, aerea e solida acropoli che ha resistito ai secoli senza mai esondare dagli angusti confini stabiliti dalle sue mura, senza mai cedere alle lusinghe del progresso e della globalizzazione.
Fu Cicerone stesso ad affidare ai suoi schiavi la costruzione di una strada che gli permettesse di raggiungere più agevolmente l’abitazione del vecchio padre.
Qui le sue tracce si perdono: la torre che porta il suo nome, infatti, risale alla dominazione dei Franchi e offre, oggi come allora, un punto di osservazione invidiabile sulla valle sottostante.
Il prato curatissimo su cui si affaccia la torre è raggiungibile attraverso cinque o sei scalini lasciati impervi dai restauratori, quasi a mimare quella sinergia fra suolo e costruzione, fra natura e architettura che animò i primi edificatori.

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