Dove tornano le nuvole bianche di Ezio Colanzi (48/2015)

WP_20151011_001Dove tornano le nuvole bianche l’uomo non torna più.

E il libro di Ezio Colanzi, denso come un saggio, lieve come una poesia, documenta l’abbandono: fra gli anfratti dell’Appennino selvaggio, al termine di mulattiere che nessuno percorre più, residuano paesi resi pietre dall’emigrazione, dai terremoti, dalle morti.

Le parole di Colanzi scivolano leggere come ruote di mountain bike e attraversano la fantasia dei lettore nello stesso modo lento e incisivo in cui la sua bici ha percorso concretamente, in maniera fisica e corporea, i luoghi dell’anima oggetto oggi della sua narrazione.

Ogni paragrafo racconta una storia minima, lumeggia un incontro con creature senza tempo che ancora si incistano nella desolazione dei luoghi: sono donne, sono uomini, sono animali non contagiati dalla frenesia della modernità, nostalgici senza speranza, sognatori per cui futuro e passato coincidono, detentori dei segreti di mestieri antichi: scalpellini, boscaioli, pecorai.

Piove spesso.

L’accidente meteorologico si trasforma, nella trasfigurazione narrativa, in un processo catartico: “Ecco di nuovo un fracasso dal cielo. Lentamente, una goccia per volta, casuali ma precise da centrare le foglie dei faggi. Adoro la fase iniziale, quando succede una sospensione leggera, un momento in cui non si sa cosa aspettarsi. In poco, l’aria si riempie di acqua filante, gocce larghe come palmi.

Pedalare a lungo fianco a fianco ad un cinghiale, trovar riparo per la notte in una grotta, arrivare ansimando sulla cima di un monte per accorgersi di aver sbagliato strada, sono tre buone esemplificazioni di ciò che per me sarebbe l’inferno. Eppure, quando Ezio Colanzi racconta queste esperienze, con la serenità di chi è davvero in pace con e nella natura, un’altra me, avventurosa come non sarò mai, palpita invidiando la libertà dell’uomo e la capacità affabulatoria dello scrittore.

Ezio Colanzi è un paesologo, forse a sua insaputa.

Ritrovo nelle sue analisi l’acume e, a tratti, la poesia di Franco Arminio, applicati a un territorio che conosco e amo.

Dove tornano le nuvole bianche (viaggio in bicicletta nell’Abruzzo abbandonato) mi ha fatto compagnia in una notte resa insonne proprio dalle suggestioni della lettura: gustavo qualche paragrafo, rileggendolo anche due o tre volte secondo le emozioni del momento, mi coricavo, nel sonno le suggestioni di lettura si facevano sogno, mi rialzavo, affrontavo altre pagine e altre storie, tornavo a letto per subito rialzarmi a fermare qualche pensiero peregrino su carta, mi riassopivo, mi ridestavo per leggere oltre fino alla fine del libro.

Sta albeggiando adesso, mentre scrivo una recensione che non è un congedo dal mondo di Colanzi, perché ho ancora da narrare a me e a voi l’appassionante vicenda editoriale del libro, così come l’ho appresa il 10 ottobre 2015 in un’affollata e magica presentazione di Dove tornano le nuvole bianche nell’ambito della rassegna letteraria Volta la carta.

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