Eppure cadiamo felici di Enrico Galiano (19/2017)

Sfogliando le prime pagine di “Eppure cadiamo felici” di Enrico Galiano mi aspettavo ad ogni rigo la kogarashi.
E’ una parola giapponese che mi ha insegnato Gioia, la protagonista del libro, che colleziona termini intraducibili in altre lingue e che ama molto questo “primo soffio di vento che annuncia l’inverno”.
Insomma, mi aspettavo il disgusto.
Non c’è tipologia umana che mi annoi quanto quei colleghi che, scambiando l’adulazione per ammirazione e stimolando il servilismo, vivono in una bolla fuori dalla realtà in cui solo loro sono gli interpreti del disagio giovanile, senza capire quel che il resto del mondo ben sa, cioè che è proprio il loro atteggiamento solipsistico a suscitare disorientamento e disistima.

Dopo qualche capitolo mi sono rilassata: Enrico Galiano non fa parte di questa genia.
Il professor Bove, referente oggettivo dell’autore, è l’adulto di riferimento perché non si sovrappone a Gioia, ma l’aiuta a comprendere se stessa insegnandole a decrittare il mondo.
“Eppure cadiamo felici” non è un romanzo a tema, che serve a gratificare il narcisismo di chi lo scrive, ma una storia moderna, ben narrata, ben costruita, piacevole e interessante.
Il lettore procede per dubbi e virate prospettiche verso la meta e la conclusione non si limita ad un “vissero per sempre felici e contenti” perché la vita è stimolo e sfida sempre.
E non importa se Lo, il fidanzato fantasma, sia il frutto di un’allucinazione o un ragazzo in carne ed ossa; di certo non è una maschera senza autenticità.
“Eppure cadiamo felici” è il senso della frase che quotidianamente Gioia scrive sul braccio, perché un banale tatuaggio perde la pregnanza che ha quel che viene coscientemente ribadito ogni giorno: è un verso di Rilke ed indica quel che Gioia anela, quel che Gioia avrà.

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