Gli sbafatori di Camilla Baresani (49/2015)

WP_20151017_001Dieci persone su dieci, vedendomi leggere l’ultimo libro di Camilla Baresani, Gli sbafatori, si sono avvicinate incuriosite dal titolo, dalla veste grafica o dall’invitante copertina, che raffigura due flute in precario equilibrio su un letto sfatto.

Io stessa, in libreria, non ho saputo resistere alla tentazione dell’acquisto: Gli sbafatori sono i food blogger (detti, con felice neologismo mutuato da Visintin, i fuffblogger), che infestano il web concionando di cibo e, violando ad una ad una le regole del giornalismo a partire dall’insopportabile autobiografismo, si vendono al miglior offerente per un piatto di lenticchie ben poco metaforico.

La penna di Camilla Baresani è intrisa di cianuro; la sua satira raffinata fa strame di chef stellati, critici gastronomici e postatori seriali di ricette, che si aggirano come InviTati speciali dovunque ci sia un evento gastronomico, ben attenti al contesto più che ai prodotti.

Vedere che posto ti hanno assegnato aiuta a capire chi sei, chi potresti diventare e chi devi smettere di essere” spiega nel romanzo la Accursio, una sorta di Virgilio che accompagna la protagonista, Rosa Bagigalupo, nella sua parabola dall’inferno dell’anonimato al paradiso degli influencer.

L’ascesa, in Gli sbafatori, è narrata con sorprendente brio e rara lucidità. Ecco un esempio: “in un paio d’ore di pazzia bruciante” Rosa aveva investito i suoi ultimi soldi in un abito simil Versace tutto fronzoli e nastrini “Era la tipica mise aspirazionale che, una volta a casa, indossata con più calma, con senso critico e una buona dose di malumore dovuta al senso di colpa per aver sperperato denaro, le era invece sembrata imbruttente, inadatta, importabile”.

Ammiro convintamente lo stile terso di Camilla Baresani e ho gustato ogni rigo di Gli sbafatori. Tuttavia, non mi sono riconosciuta mai nei blogger senza scrupoli né qualità così sapidamente descritti. Ho scoperto il motivo della mia estraneità al fenomeno soffermandomi sulla geniale appendice, apparentemente strutturata come l’immancabile raccolta di ricette che da qualche anno aiuta i racconti di scrittori anche famosi a raggiungere il numero di pagine sindacalmente corretto per un libro. Se il nome di ogni paragrafo fa il verso a qualche ricetta (a riprova che “nel mondo del cibo l’inventiva lessicale aveva raggiunto livelli parossistici), i contenuti strutturano un vero e proprio decalogo del blogger di successo che io disattendo dall’inizio alla fine.

  1. gettatevi a capofitto nel mondo aspirazionale dei viaggi costosi, dei pasti carissimi etc (ed io amo i luoghi semisconosciuti, in cui Madre Natura non chiede biglietto d’ingresso);
  2. create e condividete compulsivamente vostre pagine personali (ed io posto messaggi sui social non più di una volta a settimana)
  3. abbandonate la provincia (ed io vivo a L’Aquila, città notoriamente tetragona a mode e novità);
  4. imparate l’arte di farvi invitare nelle case altrui (ed io sono ancora ligia al detto paesano per cui a casa d’altri “si bussa con i piedi”)
  5. per campare alla grande come promoter dei successi altrui ci vuole un po’ di scaltrezza e opportunismo (ed io, che non ho né l’una nè l’altro, tendo a smascherare magagne più che a crogiolarmi all’ombra di successi altrui)
  6. non si è mai abbastanza magri (ed io sono pingue e pasciuta, vero “porco del gregge di Epicuro”)
  7. prendere confidenza con i grandi alberghi (ed io preferisco appartamentini e B&B)
  8. non sposarsi e non fare coppia fissa (ed io sto con Marco dai miei diciannove anni)
  9. non pagate di tasca vostra ciò che nemmeno chi potrebbe permetterselo pensa che vada pagato (ed io posto anche gli scontrini perché marchette non ne ho fatte mai)
  10. imparate a far credere agli altri che state bene, che vi va tutto bene, che avete successo (ed io ironizzo sempre sulle mie rendite pubblicitarie ad un solo zero).

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