Il resto della settimana di Maurizio De Giovanni (16/2015)

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Maurizio De Giovanni è malato: ha il tifo.

E come lui hanno il tifo milioni di juventini, milanisti, interisti, tifosi di ogni città.

La forma più virulenta della Malattia, probabilmente, attecchisce a Napoli: lì il cuore è azzurro come il cielo, come il mare, come le magliette dei calciatori.

Il resto della settimana, l’ultimo libro di De Giovanni, è evocativo già nella copertina, dove, su sfondo azzurro, troneggia una tazzina di caffè, simbolo di convivialità, di comunanza, di bar.

Già, è il bar la cornice su cui De Giovanni modula sei storie epiche di calcio e tifoseria in un romanzo dall’architettura perfetta, con personaggi fissi, meteore, partite consegnate alla storia e storie minime che prendono alito e forma all’ombra dello stadio.

Nella coralità dei discorsi che rimbombano fra le strette pareti del bar, De Giovanni porta in scena la vita. Anche chi l’ha appresa solo attraverso i libri, il Professore, immune da contagio calcistico, lucido accademico alla ricerca di ispirazione per un facile bestseller di antropologia, si sente fremere al contatto con la passione, quella vera.

Il calcio, per De Giovanni, è un catalizzatore: l’amore, la stima, l’amicizia, difficili da esprimere in parola, si accrescono nel comune palpitare per undici eroi in calzoncini corti e per un santo che dall’Argentina portò la speranza nei vicoli bui di Pizzofalcone.

Il calcio è passione, sì, ma ha i suoi ritmi e i suoi tempi, e nella condivisione si rafforza ma si disarma. Non è come l’odio, come l’invidia, come le gelosie, che crescono nel segreto dell’animo fino a diventare ingestibili. Di queste, De Giovanni si è fatto più volte cantore negli splendidi romanzi del ciclo di Ricciardi o fra i Bastardi; con queste, ha portato in scena la parte livorosa e cupa dell’animo umano.

Con Il resto della settimana De Giovanni dà voce all’ilarità, alla gioia sfrenata, alla soddisfazione, alla condivisione, alla parte piacevole, insomma, della vita. I toni si rilassano, un’ironia sottile e gradevolissima spira per tutto il romanzo a raffreddare gli animi in ebollizione: sembra di sentirlo parlare, quando, nei reading pubblici (e io ho avuto la fortuna di ascoltarlo già tre volte), strappa sorrisi e risate al suo pubblico anche se parla di morte, anche se parla di dolore.

Anche qui si soffre, anche qui si muore, ma solo per sei giorni: il miracolo della partita si compie ritualmente al settimo giorno, riazzerando i sogni, le illusioni e i desideri dei tifosi.

La passione dell’autore è palpabile, vera, sincera; non è difficile vederlo in prima persona nella filigrana dei racconti. Anche chi del calcio non sa nulla, come me, prova gran diletto dalla lettura, perché intuisce il diletto dello scrittore nel mettere su carta le sue sensazioni più sincere.

Un consiglio alle amiche: non provate a leggerne qualche pagina ai vostri uomini. Vi ascolteranno estasiati, è vero, come se steste sussurrando le più soavi parole d’amore, ma poi daranno la stura ai loro ricordi su gol, partite e formazioni, monopolizzando il discorso per tutta la sera. Piuttosto regalateglielo: li farete felici!

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