Incontro con Sabina Guzzanti

WP_20141106_001Secchiate di pioggia frustavano l’autostrada.

Un cielo nero pece rabbuiava l’occidente.

Tempo da lupi, tempo da caminetto acceso e plaid sulle gambe.

Non per noi, che abbiamo sfidato ozio e maltempo per raggiungere il cinema Astra ad Avezzano (AQ), dove gli attivisti di “Libera” avevano organizzato per il 6 novembre un incontro con Sabina Guzzanti in occasione della proiezione dell’ultimo suo film “La trattativa”.

Mi ero accertata per telefono che l’evento non sarebbe stato annullato, stanti le avverse condizioni meteo, ed ero stata ampiamente rassicurata dal mio interlocutore :” Ho già mandato una macchina a Roma, a prendere la Guzzanti. Per le 20.40, anzi, facciamo le 21.00 si incomincerà sicuramente”.

E alle nove in punto, stillanti acqua, abbiamo fatto il nostro ingresso in sala, giusto in tempo per sentirci apostrofare dalla Guzzanti in persona, rigida vicino al tavolo della conferenza, col cappotto meno nero dell’umore: “Arrivano i soliti ritardatari. Io ho già detto tutto quel che avevo da dire. E adesso vi invito a spegnere le luci, cosicché chi arriva tardi prenda posto al buio come merita”.

A quel punto, fumantina come sono, sarei andata via senza parole, ma i sette euro del biglietto, più altrettanti almeno di autostrada, mi hanno spinto a più miti consigli.

Il docufilm a cui abbiamo assistito, “La trattativa”, rielabora una tesi già nota, secondo cui, in seguito alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, lo Stato sarebbe stato costretto a trattare con la Mafia, animata da mire espansionistiche e decisa più che mai a trovare rappresentanza politica. Dopo diversi tentativi, Silvio Berlusconi sarebbe assurto come uomo della (loro) Provvidenza.

Accuse gravi, ma di certo non sorprendenti per chi, come noi, aveva ascoltato questa stessa ricostruzione, con ben altro brio, dalla viva voce di Marco Travaglio almeno dieci anni prima.

Dopo la proiezione, Sabina Guzzanti è tornata al tavolo delle conferenze fra due angeli custodi: Primo Di Nicola (L’Espresso) e Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano).Created with Nokia Smart Cam

Lodando il film, Di Nicola ricorda i primi cineforum della sua vita, quelli organizzati negli anni Settanta da Dario Fo a Roma, in cui il guitto nostrano faceva spettacolo raccontando la politica di quei tempi. Cambiavano i nomi, ma non le divise: la corruzione statale era già allora nota, e osteggiata. Se non si prenderanno provvedimenti, aggiunge, sarà impossibile uscire dal guado in cui ci troviamo.

La Guzzanti traffica con il telefonino o si tortura i capelli.

Primo Di Nicola, Sabina Guzzanti e Marco Lillo al dibattito sul film "La trattativa"
Primo Di Nicola, Sabina Guzzanti e Marco Lillo al dibattito sul film “La trattativa”

Marco Lillo, in base anche alla sua esperienza diretta (ha curato un documentario su Dell’Utri), fa presenti i rischi legali che si corrono associando nomi e date alle congetture.

Piovono domande, tante, appassionate, spesso provocatorie.

Si investiga sul ruolo di Renzi oggi ed ieri (quando, forse grazie allo zio, vinse “La ruota della fortuna”), sullo stato di salute della cultura (“ruffianella” e venduta per la Guzzanti; attiva anche se vilipesa secondo Lillo) e della scuola italiana (c’è sempre qualcuno che vorrebbe imporre alla scuola un libro o un film!), sui rapporti fra Sabina e il padre, che fu tra i primi deputati di Forza Italia.

Il copione è chiaro: la Guzzanti gela l’interlocutore con la mimica o con battute al fulmicotone, i giornalisti, competenti e mai sintetici, riprendono e approfondiscono la questione.

Nei fatti, è diverso l’assioma di base: l’artista rivendica l’originalità assoluta del suo lavoro, i giornalisti, maestri nel trovare reti connettive, allargano il discorso ad altre fonti.Created with Nokia Smart Cam

Nel dibattito c’è qualcosa che stride. La sala si svuota piano piano a causa dell’ora tarda (noi ci siamo arresi attorno a mezzanotte), del tempo incerto, dell’indisponenza dell’attrice, della minuziosità dei giornalisti, che, sicuramente, in altra circostanza sarebbero stati più apprezzati, ma che, in una platea che era lì essenzialmente per interagire con la Guzzanti (per una volta davvero fuori forma), sono parsi a tratti ridondanti.

Ma forse l’imbarazzo che ho provato per tutto il tempo è germogliato da un interrogativo sordo che mi urlava dentro: ma in che Paese viviamo se argomenti di tanta gravità si affrontano nella sala di un cinema e non nelle aule dei tribunali?

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