La più amata di Teresa Ciabatti (11/17)

C’era una gran folla ad ascoltare Teresa Ciabatti, sabato a Roma.
Il suo romanzo, La più amata, non è piaciuto a tutti, ma non ha lasciato indifferente nessuno.
La narrativa di qualità è caratterizzata, secondo me, anche dalla difficoltà ad abbandonare un libro una volta ultimato.
Ed io non riesco ancora a riporre nello scaffale La più amata.
Ho voglia di parlarne, ho bisogno di confrontarmi su alcuni passaggi ardui, su certi spunti suggeriti e subito disattesi, sulla nebbia che circonda qualche capitolo e sulle verità ribadite più e più volte fino a diventare flatus vocis.
Questo romanzo gestisce materiale incandescente, che stempera però nel dubbio, nel sospetto. Mi convinco che si tratti di mitomania, poi un nuovo passaggio mi lascia sospettare segreti indicibili, poi ancora mi sembra che Teresa Ciabatti scriva in preda all’odio, poi in preda all’amore.

La più amata è lava infuocata, che scivola, ribolle, si posa sorniona per poi rivitalizzarsi e tornare a fluire. C’è una scrittura che spiazza.
L’io narrante è proteiforme, sfuggente, ora adulta anaffettiva, ora ragazzina odiosa, ora adolescente problematica.
Mente a se stessa, mente ai lettori, ma è capace, ogni tanto, di confidenze che le conquistano un posto nel cuore di chi la ascolta.
A me questa autrice tormentata e magnifica piace da sempre. La sua produzione narrativa ruota ossessivamente sull’ingombro di un passato di glorie e mistero, sulla presenza di un padre troppo amato, sulla difficoltà di crearsi un’identità quando è così comodo risplendere dei fasti familiari.
Ora che questo padre ha un nome, Renzo Ciabatti, e questa figlia è diventata a sua volta madre mi sembra che quel furore si sia fatto creazione e che un passato ambiguo abbia generato un romanzo che rimarrà nella storia della narrativa italiana.
Il ciclo si è compiuto, dunque: fino a ieri, l’autrice era per tutti la figlia del Professore, da oggi sarà il Professore ad essere noto come il padre di Teresa Ciabatti.

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