La Storia di Elsa Morante (42/1001)

La Storia di Elsa Morante è un romanzo di indicibile bellezza, fatto di personaggi più che di eventi, di istanti più che di trame.
Nel descrivere il momento supremo la Morante è maestra.
Non c’è morte, fra le tante raccontate nel romanzo, che non sia narrata con delicata partecipazione e con grande dolcezza, come se la resa definitiva al non essere fosse l’unico riscatto possibile di esistenze ai margini.
Per contrasto, le creature di Elsa Morante amano la vita.
Per quale miracolo dal ventre di Ida Mancuso, donnetta timida e rassegnata, ansiosa e inadeguata, possono sbocciare due vulcani di energia come il volitivo Nino e il tenero Useppe?
Li lega un rapporto viscerale di fratellanza che non è mediato da convenienze né da convivenze, ma è una pulsione spontanea che ingentilisce entrambi.

A differenza della madre, che della vita pare conoscere solo i pesi, i protagonisti vivono in armonia con l’universo. Traboccano di energie: le corse di Useppe, le moto di Nino sono in contrasto con il passo lento e affannato della loro mamma, precocemente invecchiata dalle preoccupazioni e dal senso di responsabilità.
In lei, mater dolorosa, si sprigiona un senso cupo di tragedia che pare avvolgere ogni pagina.
Ida è sola anche in mezzo alla folla.
I suoi figli sono parte del mondo anche quando sono chiusi nella loro camera.
La Storia di Elsa Morante è ambientata negli anni bui del fascismo e della guerra, delle lotte civili e delle persecuzioni razziali. Il disastro, però, nasce più tardi, con la pace e con la repubblica, quando alla lotta per la sopravvivenza si sostituisce un senso doloroso di perdita e di non senso.
Se la Storia, quindi, sovrasta i singoli e interviene pesantemente a ridisegnare i destini, se l’unica felicità possibile risiede nel carpire alla natura ogni rada gioia, la scuola non ha più senso.
Non è un caso che Nino la percepisca come una prigionia, che Useppe, curioso di tutto, sviluppi un’inquieta idiosincrasia per le lettere, che Ida stessa, pur maestra, si senta sempre inadeguata e che gli intellettuali del romanzo ottengano dalla propria cultura solo mefitiche ossessioni.
Al contrario, gli animali, che Elsa Morante descrive con rara tenerezza, sono sempre felici perché seguono le pulsioni naturali e, sempre uguali a se stessi, attraversano la storia senza farsene contaminare.

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