Il Museo Sannitico A. De Nino di Alfedena (AQ)

20160925_170039No, Silla non ci riuscì.
Non riuscì a cancellare dalla faccia della Terra i Sanniti Pentri, popolazione fiera e istruita che più volte umiliò sul campo le truppe Romane fino alla disfatta delle Forche Caudine.
Non ci riuscì neppure ordinando che gli uteri delle donne del Sannio venissero strappati e gettati in pasto ai cani, neppure siglando il genocidio più drammatico della storia.
E non ci riuscì perché la terra nasconde, ma non distrugge.
Il Museo Sannitico A. de Nino di Alfedena è piccolo, sì, ma imprescindibile, perché a dispetto della damnatio memoriae decretata dai Romani conserva preziosi retaggi del popolo italico più fiorente e più sfortunato di sempre.
Nei precordi della vasta pianura alluvionale del Campo Consolino riposano ancora le spoglie di diecimila Sanniti.

Solo millecinquecento di loro furono riportate alla luce, studiate, private dei ricchi corredi funerari, catalogate e reinumate in attesa che nuovi governi più longimiranti vogliano investire in cultura quel che oggi viene sprecato nei mille rivoli della corruzione.
Erano gli anni Novanta dell’Ottocento. 20160925_170641
A dirigere i lavori fu chiamato un grande pratolano, Antonio De Nino.
L’archeologa Erika Iacobucci, brillante guida del Museo Sannitico Aufidenate a lui intitolato, giura che c’è da commuoversi a leggerne i diari degli scavi e ci tratteggia la volitiva figura di uno studioso che percorre a piedi i 50 chilometri intercorrenti fra la valle Peligna e Alfedena ed estrae dal segreto delle urne armi e gioielli di fattezze dimenticate.
Il Museo Sannitico Aufidenate si compone di due sale. La prima, ricca di materiale fotografico e bibliografico, testimonia il lavoro di scavo compiuto dal team di archologi guidato da Antonio de Nino, la seconda serba reperti scoperti nella necropoli.

Chatelaine e collare esposti nel Museo Sannitico di Alfedena
Chatelaine e collare esposti nel Museo Sannitico di Alfedena

Tra gli ornamenti femminili, trionfano le cosiddette chatelaines, catenine in bronzo che, appuntate sulla spalla, seguivano le pieghe dei vestiti. Il Museo Sannitico Aufidenate ne conserva qualcuna, assieme a un buon numero di fibule del VI secolo.
I corredi maschili, come sempre, erano più sobri e privilegiavano le armi, compreso un cinturone, anch’esso in bronzo, che ci dà l’ idea delle dimensioni fisiche dei Sanniti.20160925_172425
Percorrendo il corridoio del Museo Sannitico di Alfedena, l’umidità ci offende le narici. Eppure, è proprio grazie a lei che i reperti sannitici si sono conservati intatti nel corso dei millenni.
Il Campo Consolino, infatti, si estende fra il torrente Rio Torto e il fiume Sangro, “sacro”, anche etimologicamente, per i Sanniti, che sempre cercarono nelle intersezioni terracquee un ponte con la divinità.

I "vasi del contatto" fra vivi e morti al Museo Sannitico di Alfedena
I “vasi del contatto” fra vivi e morti al Museo Sannitico di Alfedena

La speranza di un contatto fra dimensioni diverse spiega anche la presenza, all’esterno delle tombe, di grandi vasi in cui i visitatori mescevano il vino e l’acqua con cui si omaggiavano allora i defunti.
La loro presenza all’interno del Museo Sannitico di Alfedena sancisce un ulteriore trait-d-union fra il presente e il passato.

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