Il museo del silenzio a Fara in Sabina

Fara Sabina per me è stata per lungo tempo solo lo scalo ferroviario di una città che, sbagliando, credevo popolosissima.

Solo dopo aver letto il prezioso “1001 cose da vedere in Italia almeno una volta nella vita” di Giuseppe Ortolano, ho cominciato a considerarla meta turistica, affascinata dalla presenza di un museo molto moderno, fatto di musiche e suggestioni computerizzate: quello del silenzio, ispirato al monachesimo di clausura: il museo del silenzio.

La realtà è molto meno roboante, ma più intima e sconvolgente di quanto avessi immaginato.

Si entra per un portone anonimo in una stanza spoglia e buia. Ci si colloca al centro, ci si abitua alla deprivazione sensoriale che comporta la contemporanea assenza di luce e rumore, poi si illumina fiocamente un affresco e una voce dolce e terribile, fuoricampo, legge placida gli articoli della Regola di clausura.

Il contrasto fra la dolcezza senza limiti dei suoni e la spietatezza dei contenuti è viscerale: come se promettesse il Paradiso, la Badessa elenca condizioni a cui non sapremmo oggi assoggettarci neppure per una giornata: la rinuncia al mondo, intesa come impossibilità di intrattenere relazioni neppure epistolari con la famiglia e con gli amici, di cui non si avranno mai più notizie; le indicazioni di obbedienza e morigeratezza, la rinuncia finanche alla parola.

Poi la sala sprofonda di nuovo nel buio e nel silenzio, finché non si illumina una teca: all’interno, un aspersoio. Un suono leggero ci distoglie: sul soffitto c’è la proiezione di mani che centellinano l’acqua per l’abluzione. Sono mani femminili del tutto diverse da quelle rese inutili da troppe manicure, sono mani di donna che lavorano e si congiungono in preghiera.

Il tempo di guardarle e l’immagine svanisce. Tutto torna buio per pochi attimi, poi si illumina una nuova teca. Ci sono ago, filo e un ricamo da finire: e, quasi impercettibile, il rumore della stoffa trafitta dall’ago ci spinge a guardare in alto, dove le stesse mani cuciono, e cuciono, e cuciono.

Di nuovo silenzio, di nuovo una teca illuminata, ancora i rumori di gesti quotidiani che rompono il silenzio perfetto di una vita senza parole.

La quiete irreale dell’ambiente pervade l’animo e, quando la proiezione finisce, ci si distoglie da uno stato quasi di trance: alla suggestione subentra allora la riflessione sugli oggetti visti e sul terribile significato sottinteso.

Il crocifisso uncinato, innanzitutto, indossato sotto un soggolo che lo prema ancor più sulla pelle: le altre monache non sanno chi e quando, ad espiazione dei peccati del mondo, sottopone a questo tormento il suo corpo. È un sacrificio che supera la autofustigazione prevista in altri ordini, perché priva anche del suono consolatorio del lamento o almeno della scudisciata che provoca rumore e distoglie in parte, come diversivo, dal dolore. È il quieto supplizio di donne senza peccato, che si puniscono per il male che alberga nel mondo.

Non ho fatto neppure in tempo a domandarmi come potessero convivere il voto del silenzio e quello dell’obbedienza che una teca illuminata mi ha fornito la risposta.

Ciascuna suora possedeva un promemoria in stoffa rigida in cui erano trascritti o ricamati i gesti possibili, i luoghi frequentabili, le poche opzioni di una vita di sacrificio. Ogni giorno la badessa indicava con una sorta di grosso ago che cosa fare e dove farlo: nel facsimile esposto si ordinava alla suora di mangiare a terra pane e acqua nel refettorio. Si punivano i sensi a vantaggio di un mondo insensato che inaspriva nella guerra e nel peccato.

Francesco, la nostra impagabile guida, competente e cortese come pochi, ci ha fornito le coordinate storiche per capire.

Da lui sappiamo che l’iniziatrice dell’ordine fu Isabella Farnese: per le donne troppo colte e intelligenti come lei, la monacazione restava la sola strada possibile per preservarsi dal destino di ignoranza e subordinazione riservato alle donne nel Cinquecento.

Per prima intuì che le regole della clausura fissate da santa Chiara avevano in sé rischi potenziali: aveva visto troppe monache di clausura scivolare lentamente nella pazzia per non intervenire dosando e distinguendo le figure all’interno del monastero.

Ci sono le Marte, che, come la figura biblica, si occupano delle piccole incombenze quotidiane, e che, pur nel regime di clausura che le caratterizza, hanno interazioni fra loro e impegni indifferibili, e le Marie, votate alla preghiera e al silenzio perpetuo.

Oggi le Marie non ci sono più: l’ultima, oramai novantenne, si è ritirata a vita privata per l’incerto stato di salute in cui versa.

Isabella Farnese non sbagliava: quando il corpo di santa Chiara è stato riesumato, tra le pieghe della sua veste è comparso il vero libro delle regole, che coincideva in gran parte con quanto intuito da questa nobile geniale che, col nome di suor Francesca, volle fondare cinque monasteri. Il numero è altamente simbolico: se Cristo rappresenta la madre Chiesa, i monasteri riproducono le cinque stimmate. I primi quattro, simboleggianti le ferite procurate dai chiodi, nascono nei luoghi cardine della vita della fondatrice: Farnese, Albano, Capracotta e Roma (quest’ultima ora non più in funzione).

Per la quinta ferita, quella al costato, più centrale e discosta rispetto alle altre, cercava un luogo isolato, quasi eremitico. Fu il suo padre confessore, Francesco Barberini, cardinal nepote di Urbano VIII a consigliare Fara in Sabina, suo protettorato, e ad offrirle gli spazi all’interno del suo castello.

Non si può che condividere la scelta: anche oggi nei vicoli stretti del centro storico non si sente altro rumore che il fruscio del vento.

A noi sembra folle lo sperpero di una vita nel silenzio e nelle privazioni.

Forse ai posteri sembrerà altrettanto folle la dissoluzione delle vite contemporanee in un frastuono senza sosta e senza requie che troppo spesso impedisce agli uomini di trovar contatto con la parte spirituale di sé.

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