Terzo incontro con Paolo Mieli

Paolo Mieli, chiamato a inaugurare la casa della Cultura a Tempera, non occupa neppure il centro del palco.
Siede discosto, senza neanche un tavolino a schermare l’approccio col pubblico, e parla pacatamente.
L’autorevolezza non ha bisogno di fasti effimeri: promana nell’eloquio fluido, nell’intelligenza dei concetti, nella vastità del sapere.
Paolo Mieli non ha bisogno di una traccia: si offre subito alla curiosità del suo pubblico, rispondendo alle domande più eterogenee con competenza ed ironia.
Il suo segreto? Lasciare che siano i libri a cercar lui.
Sceglie le sue letture in base all’estro del momento, senza mai pianificarle. Solo così si può sfuggire all’umana debolezza di cercare esclusivamente conferme alle proprie convinzioni granitiche.

Paolo Mieli alla Casa della Cultura a Tempera

Solo cercando le ragioni di chi ha torto si può far luce sugli eventi di oggi e di ieri. Personaggi come Trump, comodo attaccapanni su cui poggiare ogni etichetta scomoda, sono deleteri per la storia, perchè, quando c’è un “cattivo” dichiarato a fungere da capro espiatorio, sfuggono le ragioni e le corresponsioni di comprimari meno appariscenti.
Questo non deve autorizzare il complottismo, figlio dalla superficialità e dell’ottusità.
Le coincidenze esistono nella storia come nella vita.
L’assassinio di Francesco Ferdinando, arciduca d’Austria, che originò la prima guerra mondiale, ne è esempio significativo.
Paolo Mieli ce lo racconta con lepidezza.
Se dopo un primo attentato fallimentare Francesco Ferdinando non avesse deciso di far visita in ospedale ai feriti…
Se Gavrilo Princip, che con gli altri congiurati aveva optato per il suicidio dopo il fallimento dell’azione, non avesse ingerito una dose di cianuro fallata, che lo portò a cercare un angolino riparato per vomitare…
Se l’autista dell’Arciduca, che non conosceva la strada, non si fosse trovato lì, in quel vicolo cieco…
Se il pingue Francesco Ferdinando non avesse deciso di farsi cucire addosso gli indumenti per evitare il cedimento dei bottoni…
Se i medici di Sarajevo non avessero temporeggiato per paura di danneggiare l’alta uniforme e di essere così processati per vilipendio alle istituzioni….
Ma la storia non si scrive con i “se” e neppure con i “però”.

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