Il viaggiatore incantato di Nikolaj Leskov (37/1001)

Il viaggiatore incantato è anche un narratore incantevole.
Solo così si spiega il salto spaziotemporale che, grazie a Nikolaj S. Leskov. compiamo fino alla steppa asiatica dell’Ottocento, dove, fra avventura e superstizione, l’io narrante affronta vicissitudini al limite dell’incredibile, che poi, novello Sharazade, racconterà a un pubblico assai curioso.
La visione parla chiaro: Ivan il Testone è un figlio promesso a Dio. Il suo destino è essere monaco: quanto più tarderà ad accettarlo, tanto più soffrirà.
Ma Ivan ama i cavalli, non disdegna le donne, apprezza la libertà più di ogni altra cosa, come può accettare i rigori della vita monastica?
Eppure, quando Ivan inizia a raccontare, il destino si è ormai compiuto : è un religioso e sono lontani gli anni in cui visse esiliato, scomunicato, ipnotizzato.

Avranno un brivido gli animalisti: amare gli animali, conoscerli fino alla simbiosi non esclude per Ivan la possibilità di stremare cavalli e sculacciare gatti superbi.
Ne Il viaggiatore incantato la vita è violenza: al duello occidentale si sostituisce, ad esempio, una raccapricciante gara di frustate, una sorta di ordalia in cui lo sconfitto non è chi padroneggia meno la sadica arte di far del male, ma un reietto da Dio.
La religione è spesso superstizione: un interlocatore del viaggiatore incantato, parlando di San nicola taumaturgo, racconta così la sua utilitaristica teoria: “Nikolaè: sebbene d’inverno non m’inchini a lui, d’estate però gli do un ventino perchè mi prometta per benino le vacche, sì. Però di lui solo non mi fido, e così sacrifico un torello a Keremet“.
Ivan, che pur s’indigna, non esita in un’altra circostanza a servirsi dei fuochi d’artificio per fingersi profeta divino e fuggire così da una situazione di prigionia.

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