Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia

WP_20141130_007

Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia” è un atto unico vibrante e potente, magistralmente interpretato da Ulderico Pesce.

Abbiamo fatto appena in tempo ad acquistare in prevendita i biglietti per il teatro India, che in questa occasione ha registrato il sold out ad ogni replica, al punto che è stato necessario prolungare l’impegno romano di Pesce al vicino teatro Stella.

Vorrei che ogni sala di ogni paese avesse l’opportunità di ospitare la piéce, che è insieme atto di denuncia, affresco d’epoca, testo evocativo, pezzo di bravura.

Sulla scena, carcasse di vecchi televisori, simbolo di un’informazione manipolata, venduta, omertosa.

Ulderico Pesce, protagonista di un monologo serrato e drammatico, irrompe in scena con un look minimalista. È un gioco di contrasti fra il bianco brillante della camicia e il nero dei pantaloni, che evocano il conflitto insanabile fra bene e male, verità e menzogne.

Ha in mano un lenzuolo bianco, su cui a più riprese sono proiettate immagini topiche degli eventi , che divorano la vita del protagonista.

Incarna Ciro, il fratello quindicenne di Created with Nokia Smart Cam, agente della scorta sacrificato alla politica nonostante il suo valore: fu il solo a rispondere al fuoco delle brigate rosse, “gli unici due colpi sparati dallo Stato” in difesa di Aldo Moro e della sua scorta.

Altro non si poteva fare: per espresso ordine del Ministro dell’Interno, le mitragliatrici della scorta dovevano essere depositate nel bagagliaio delle macchine non cablate, che diventeranno in breve le bare di cinque giovani chiamati a difendere invano un politico inviso ai terroristi e temuto dalle frange del suo partito ostili al compromesso storico.

Il dramma è visto con gli occhi di un ragazzo, che si illude di capire il mondo leggendone sui testi e che non capisce, non vuole capire, il motivo di mille omissioni, di altrettanti ritardi, di troppi fraintendimenti.

Un ragazzo che impazzisce nello scoprire che i brigatisti di cui era richiesta la liberazione in cambio della vita di Moro furono graziati una settimana esatta dopo il ritrovamento del suo cadavere.

Un ragazzo che si rivolge a un giudice, Ferdinando Imposimato, estromesso ope legis dalle indagini sul sequestro e gli pone domande senza risposte.Created with Nokia Smart Cam

Che ci facevano dei membri dei servizi segreti a via Fani? Andavano davvero a pranzo dagli amici alle 9 di mattina, come arrogantemente argomentano? Da dove veniva il tiratore scelto che ha ucciso gli uomini della scorta schivando Moro che era con loro? Chi sapeva il tragitto che avrebbe compiuto l’onorevole? Perché si scelse la linea della durezza?

Imposimato, coautore del testo, risponde oggi alle domande di allora.

Ricostruisce strategie da brivido, accusa, dimostra, urla.

Con vergogna e orrore scopro che i peccati delle più alte cariche d’Italia in quei momenti non furono solo di omissione.

Raffaele auspicava uno stato che fosse pulito, sano e prospero come la terra di Casola di Napoli che aveva abbandonato seguendo un ideale di giustizia.

È successo il contrario: quella Campania che fu felix è oggi sporca, arida, avvelenata come lo Stato che angaria i cittadini per proteggere la sua casta.

Precedente Il teatro India a Roma Successivo Il castello di Vicalvi (FR) e una fantasmina milf