Il museo delle mummie di Ferentillo

WP_20140914_001Oh voi che a Ferentillo ve ne gite

a cercar mummie del Marcuzzi amiche…

Ci apostrofava così un’amica dantista (e fifona) che disapprovava al massimo la meta della nostra gita domenicale.

Effettivamente l’ingresso al museo delle Mummie di Precetto, frazione di Ferentillo, è per palati forti. L’atmosfera cupa non è certo addolcita dal gatto selvatico, afono e malridotto, che vaga fra le teche senza che la guida, grigia finanche nel vestiario, batta ciglio. Persino gli abitanti del luogo sono restii a dare informazioni: forse li inquieta pensare che quei corpi impudicamente esposti, quelle nudità che il tempo ha incartapecorito ma non decomposto furono uomini, furono antenati, furono sangue del proprio sangue.WP_20140914_005

C’è una bara chiusa, nel museo: all’interno c’è il corpo di un avvocato ucciso in un agguato. Rimane celato agli occhi cupidi dei visitatori per volontà della famiglia. A distanza di trecento anni, i pronipoti si sentono ancora legati a quelle spoglie.

Mi sono sentita morbosa durante la breve, indimenticabile visita.

Gli affreschi alle pareti, per quanto rovinati dalle superfetazioni successive, non mi hanno mai permesso di dimenticare che calpestavamo il luogo di una antica chiesa, che oggi funge da rinforzo a quella, luminosa, intitolata a Santo Stefano, praticamente al piano superiore.

Nel museo ci sono nove teche, più una nutrita e lugubre esposizione di teschi. Fra i crani esposti trionfa un’aquila mummificata: è stata inumata agli inizi del Novecento per sperimentare con mano le proprietà del suolo argilloso, che secca la pelle e gli organi interni dei corpi che vi vengono in contatto.WP_20140914_003

Ogni mummia ha una storia, ogni corpo testimonia una tragedia.

C’è un soldato francese, impiccato per diserzione, la cui testa permane quasi completamente mozza dal collo.

C’è una vecchia dai fianchi larghi, forse madre di troppi figli, nella cui bocca sdentata si legge ancora la smorfia di dolore che caratterizzò i giorni della sua agonia.

C’è una giovane sposa cinese, colta dalla morte mentre pregava e conservata con le dita intrecciate nell’atto estremo dell’inascoltata supplica a Dio: ai suoi piedi, i resti del marito. Il loro viaggio di nozze in Italia ha preceduto di poco l’estremo transito.

C’è il ventre molle di un uomo che fu obeso e che conserva ancora, nella pelle disidratata, le pieghe di grasso che lo caratterizzarono in vita.

C’è un uomo dalla dentatura perfetta, un altro dall’ombelico ben delineato, un terzo con la barba ancora attaccata alle guance vizze.WP_20140914_004

La morte, suprema livella, ha ridotto allo stesso modo il corpo nudo dei poveri e quello, ben vestito, dei ricchi, le carni tenere dei bimbi e quelle vissute dei vecchi.

La guida ha insistito molto sulle peculiarità della terra di Ferentillo, cercando di spiegare scientificamente i motivi di questa mummificazione naturale, che è avvenuta solo qui e ad Urbania; di quelle parole non mi è rimasto nulla, perché il mio animo, annichilito dalla pietà, cercava in quei corpi le tracce di una vita lontana, consapevole che, come suggerisce l’epigrafe introduttiva al museo:

Oggi a me, domani a te,
io ero quel che tu sei,
tu sarai quel che io sono.
Pensa mortal che la tua fine è questa
e pensa pur che ciò sarà ben presto

 

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