Piazza dei Miracoli a Pisa

Piazza dei Miracoli a Pisa: rapimento ed emozioni.
E rapimento non è espressione metaforica.
A notte inoltrata, Marco, stanco di scarrozzarmi per la Toscana minore tra un luogo deludente e l’altro, ha dirottato la macchina in direzione Pisa. Quando ho realizzato che l’agognata casetta si stava allontanando ero già sul Lungarno.
Pisa sia, allora!
Piazza dei Miracoli in una notte d’inverno, quando l’umidità pare condensarsi sul volto e la luna piena aggiunge fascino alla sapiente illuminazione, ha un che di fatato.

Non ci sono folle a filtrare l’impatto: il manto erboso su cui si ergono i monumenti garantisce dal basso una continuità ribadita in alto dalle esili colonnine che paiono rincorrersi dal Battistero al Duomo alla Torre.
Già, la Torre, dimostrazione tangibile che la bellezza si annida nelle imperfezioni.
Se, come da progetto originario, si fosse stagliata diritta come tutte, il luogo non sarebbe stato forse meno bello, ma certo meno noto.
C’è una sorta di riflesso condizionato, che travalica genere, sesso, età: di fronte alla Torre viene l’istinto di fotografarsi nell’atto di sorreggerla.

Non si è sottratto nessuno dei pochi turisti notturni, men che meno noi, che pure conservavamo cimeli simili dalle visite precedenti.
Nella ricerca d’ordine che è innata, la Torre rappresenta cioè un’anomalia, come direbbe Donato Carrisi: turba l’armonia in un insieme armonicissimo, eppure è bella, dolorosamente bella, al punto che, arrivati alla base, tutti sono sovrastati da un’immagine di sventura, come se la torre di Pisa, che ha resistito secoli, stesse davvero per schiantarsi in quel momento.
Ed è questa fragilità, questa incertezza nel domani che rende, a ragione, Piazza dei Miracoli uno dei luoghi più visitati al mondo.

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