La Festa della Santa Croce ad Offida (AP)

WP_20150503_013Sogno Offida da quando, saranno tre lustri, ho scoperto che durante il Carnevale il borgo diventa il regno delle maschere, del riso, dell’allegria. Le chiavi della città vengono affidate al capo della confederazione carnascialesca e, per una settimana, l’unica legge vigente è quella del divertimento sfrenato.

Quando, il 3 maggio 2015, finalmente la visitiamo, seguendo un guizzo estemporaneo, ci sembra di trovarci nel pieno di quei festeggiamenti: le strade invase dalle giostre, la gente che sciama allegramente verso il centro.

È una festività religiosa, scopriamo, quella che risospinge fuori dalle case, in piena letizia, gli offidani: la Santa Croce custodita nella chiesa di Sant’Agostino è portata in processione per la città fra scampanii festosi e vivaci mortaretti.

Voliamo verso la chiesa, sospinti dalla folla e avvinti dall’atmosfera gioiosa che ridisegna all’insù le labbra delle persone.

L'interno della chiesa di Snat'Agostino e i fedeli in fila disordinata
L’interno della chiesa di Snat’Agostino e i fedeli in fila disordinata

Entriamo per ammirarla e ci ritroviamo, quasi senza accorgercene, a un passo dal sacerdote che sta terminando le benedizioni con la Santa Croce. Anche la nostra fronte viene piamente segnata dal metallo freddo del crocifisso che qui si adora.

Non sappiamo ancora, quando beneficiamo dell’insperata benedizione, che lì sono custodite reliquie care al nostro immaginario: quelle del miracolo eucaristico a Lanciano (solo omonimo di quello in ricordo del quale fu costruito il famoso Santuario).

Vi risparmio le mie elucubrazioni sull’incredibile coincidenza che ci ha portato a visitare Offida esattamente a sette anni dalla scoperta di Lanciano, dove eravamo sfollati: un periodo doloroso, quello dal terremoto in poi, di cui la benedizione odierna mi illudo sigli la fine.

WP_20150503_007La storia del miracolo eucaristico ci era già nota: Ricciarella, popolana malmaritata ad un mangiapreti, ruba un’ostia benedetta per mescolarla ai cibi del suo uomo, nella speranza che, al contatto col corpo di Cristo, l’uomo deponga il cipiglio che lo contraddistingue. La nasconde nella madia, ma, quando va a prenderla, la trova semidissolta in sangue. Con l’animo in subbuglio, tenta di nascondere nella stalla la prova della sua blasfemia, ma la sera l’asino si rifiuta di entrarci e quando, trascinato a furia di bastonate, è sospinto lì dentro, si inginocchia di fronte al luogo in cui è nascosta l’ostia oltraggiata.

Non sapevamo che il padre confessore di questa donna era offidano e che, tornando al suo paese, riportò qui le sante reliquie conservate appunto dentro il pesante crocefisso che abbiamo testato sulla nostra fronte.

Con stupore, abbiamo notato dapprima e seguìto poi qualcuno che sgattaiolava dietro l’altare.WP_20150503_006

C’era una porticina, varcata la quale si saliva ad una sorprendente edicola rialzata: nell’esiguo spazio superiore, di fronte ad un ampio finestrone con vista sulla chiesa, era custodito in teca il canovaccio di Ricciarella, da novecento anni sporco di sangue (un canovaccio nel XIII secolo? Ero convinta che, all’epoca, non si usassero tovaglie!).

Il crocifisso, invece, era pronto per una trionfale processione.

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