Un amore sbagliato di Giulia Alberico (18/2015)

Created with Nokia Smart Cam“Che bello…” ho sussurrato a me stessa con scarsa originalità, ma con molta sincerità, mentre l’ultima pagina di Un amore sbagliato scivolava a sinistra con le altre.

Giulia Alberico, l’autrice, unica italiana nel catalogo Sonzogno, sa dare musica alle parole.

Usa la penna come un pennello e tratteggia in poche, indimenticabili righe, quei viluppi interni che rendono ogni personaggio unico, irripetibile e, contemporaneamente, in qualche modo specchio del lettore.

Lea, la protagonista, è una donna la cui vita ha deragliato quando il baluginio di un amore ha svelato, come un lampo durante il temporale, l’aridità di un matrimonio basato su “buone ragioni” che non comprendevano l’unica che rende possibile un’unione: la passione.

L’innamoramento, folle e felice, occupa la prima parte del libro, ma non è il vero oggetto della narrazione: a Giulia Alberico interessa il “poi”, quel che rimane quando la fiamma tace e qualcos’altro resta. Le presenze costanti nella vita di Lea sono altre: sono “il quadrilatero”, un invidiabile sodalizio con tre amiche che supportano, divergono e divertono; è la zia Sofia, unica testimone di una storia familiare tesa e greve di segreti; è la casa avita, e con lei il mare abruzzese, i profumi, i sapori, gli odori dei giardini e dei parchi, presenza panica nel romanzo.

La storia si dipana ariosa e sensuale. Nel divenire della trama, però, si innestano punti fermi facilmente estensibili alle persone che ci circondano.

Della madre di Lea, ad esempio, zia Sofia dice: “Era una donna infelice. Forse per questo provava quasi piacere a creare imbarazzo, ne godeva a volte come di un goal messo a segno. Il silenzio di chi restava stupito e senza parole, perché colto di sorpresa, a tradimento, da una battuta acida, sferzante, la riempiva di soddisfazione.”

Dell’approssimarsi della terza età, commenta con saggezza: “Strana età, ci pensava spesso. All’inizio era stato un calo che le aveva messo ansia, come essere approdata ad una terra asettica, dove è vero che poco si soffre, ma nemmeno c’è desiderio, sogno, attesa. No, non è una cosa bella, sa di resa, di approdo, di fuori scena. Ma poi, a pensarci bene, non era così, non era una camera sterile, piuttosto una specie di saggio amore per se stessa che non le faceva più fare troppi falsi passi, la riparava, le regalava uno sguardo disteso, meno arroventato sulle cose del cuore. Era diventata comprensiva, possibilista, giocava meno d’azzardo. Soprattutto non giocava più con i bari”.

L’intuizione che ho trovato folgorante, però, è questa: “Credi che avere un uomo accanto sia essere meno sole? […]Quasi tutti gli uomini sono omosessuali, indipendentemente dal sesso. Perché vedono solo sé, non si confrontano davvero con una donna, forse gli fa paura. O è altro non so…So solo che le donne dovrebbero prendere atto che la loro è una condizione di solitudine, quasi sempre. E che questa non è detto sia una tragedia. Può essere a volte una cosa buona”

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