Il castello Rackrent di Maria Edgeworth (38/1001)

Il castello Rackrent di Maria Edgeworth è stato a lungo introvabile.
Ormai disperavo di far mia questa storia, iscritta nella lunga lista dei 1001 libri da leggere prima di morire come primo classico dell’Ottocento secondo un criterio schiettamente cronologico.
Ci ha pensato Fazi editore a spolverare la patina del tempo da questo bel romanzo e a proporlo con un’allettante copertina in cui riluce un maniero, vero protagonista della storia.
I gentiluomini che si sono susseguiti in quelle stanze, infatti, hanno perso tutto per colpa dei propri umanissimi vizi.
Sirene irresistibili furono per uno il lusso estremo, per l’altro la bottiglia, per un terzo le donne, per un ultimo la smania di terra.

Il racconto è affidato al ” vecchio Thady”, il maggiordomo, ormai novantenne: al suo eloquio popolare Maria Edgeworth affida il compito di raccontare la storia del castello Rackrent e, neppur troppo in controluce, gli usi e i costumi irlandesi.
Vediamo così i signorotti spazzare in terra con le loro parrucche, assistere al compianto funebre per la propria dipartiva (e rimaner delusi che la riunione di cordoglio si trasformi in un’occasione mondana) e le nobildonne scambiare pettegolezzi e confidenze nell’insolito rito del tè malandrino.
Con comico servilismo e umana bonomia, il vecchio Thady incarna il testimone perfetto, come spiega nell’arguta prefazione al romanzo la stessa Edgeworth: “Un racconto disadorno e senza fronzoli è preferibile alla più elaborata tra le narrazioni. Ci viene naturale, quando ci accorgiamo che un uomo ha la capacità di trarci in inganno, sospettare in lui l’intenzione di farlo davvero, e quanti hanno dimestichezza con l’elaborazione letteraria sanno che spesso molte cose vengono sacrificate all’eleganza di una frase o alla resa di un’antitesi“.
Il vecchio Thady, che firma col segno della croce, parrebbe al di sopra di ogni sospetto. E invece tramite lui la Edgeworth insinua nel lettore la nostalgia per lo stile di vita irlandese fortemente compromesso dall’imminente deminutio capitis del parlamento di Dublino.

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