Gli insulti hanno fatto la storia di Alfredo Accatino (11/2015)

insultiAl mercatino di Collalto Sabino ho comprato un vecchio libro della Piemme dal titolo accattivante: Gli insulti hanno fatto la storia di Alfredo Accatino.

Ho impiegato parecchio tempo ad ultimarlo, dopo averlo accantonato spesso a favore di letture più amene e coinvolgenti. Accatino fa un ottimo lavoro di ricerca e propone un database di offese molto ricco e variegato.

L’organizzazione è tematica e il titolo di molti capitoli è fulminante: “La seconda legge della grevità” (fisici e scienziati), “Do di stomaco” (musicisti), “Premio Streghe” (letterati), “A luci rozze” (sessuomani e sessuofobi), “Mens vana in corpore sano” (sportivi) e così via.

A fianco a vere perle di ironia, sono però presenti in ciascun capitolo ingiurie grevi, violente e sgarbate, oppure talmente inserite nel contesto di riferimento da non essere replicabili.

La prefazione regala qualche chicca storica di rilievo. Secondo Philip Sabin, docente di Strategia Militare al King’s College di Londra, ad esempio, le battaglie delle antichità erano precedute da uno scambio di contumelie che aveva l’obiettivo di terrorizzare il nemico. I legionari delle prime file, quindi, non erano, secondo lui, coraggiosi eroi ma parolai volgari per contratto.

La parte che, per la mia formazione, ho trovato più interessante è quella relativa alle stroncature: “Fesso fosforescente” dice Gabriele D’Annunzio a Filippo Tommaso Marinetti, che a sua volta gira al vate l’ingiuria che gli era stata destinata da Petrolini: “un cretino con lampi di imbecillità”. E Mussolini (di cui, ci disse Paolo Mieli, dovrebbe essere revisionato il rapporto con la cultura novecentesca) aggiunge: “D’Annunzio è come un dente cariato: o si estirpa o si ricopre d’oro”.

L’arte della contumelia, del resto, non conosce requie nella storia della letteratura: vituperare un nemico diventa una vera e propria opera d’arte. La cultura popolare fa eco al vezzo letterario e si difende dallo strapotere dei notabili con una penna intinta di veleno.

Vi regalo qualche ingiuria arguta: conoscerete sicuramente qualcuno a cui destinarla di vero cuore:

  • Qui giace un famoso cardinale/ che fece più male che bene:/ il bene lo fece male, /il male lo fece bene (epitaffio popolare su Richelieu)
  • Parsifal è quel genere di opera che comincia alle sei. Dopo tre ore guardi l’orologio: segna le sei e venti (David Randolph su Wagner)
  • La stampa trascura le mie poesie. È una vera congiura del silenzio. Che cosa devo fare, Oscar?” “Unirti alla congiura” (sir Lewis Morris e Oscar Wilde)
  • Se fossi sua moglie le metterei il veleno nel caffè” “Se fossi suo marito lo berrei” (Lady Astor e Winston Churchill)
  • Se anche un solo pensiero le attraversasse il cervello, morirebbe di solitudine (Charlie Scheen riferendosi all’attrice Cristy Swanson)
  • Avendo un cognome, cerca di farsi un nome (Claudio Martelli di Giorgio La Malfa)
  • Craxi: nacque, nocque (Roberto Benigni)
  • Alberoni: l’ovvio dei popoli (Roberto D’Agostino)
  • Marino Moretti: le sue “Poesie scritte col lapis” andrebbero lette con una gomma per cancellare (Giuseppe Ravegnani)
  • Ah, Mozart: lui era felicemente sposato. Sua moglie no (Victor Borge)
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